Il Servizio sanitario nazionale continua a rappresentare uno dei principali pilastri dello Stato sociale italiano, ma la sua capacità di garantire un accesso tempestivo ed equo alle cure appare sempre più sotto pressione. È questa la fotografia che emerge dal Country Report 2026 della Commissione europea dedicato all’Italia, un documento che analizza lo stato dell’economia e delle politiche pubbliche del Paese e che riserva un’attenzione particolare alla sanità, considerata un elemento decisivo per la sostenibilità sociale, economica e demografica dei prossimi decenni.

L’immagine che emerge è quella di un sistema che continua a produrre risultati sanitari complessivamente positivi rispetto a molti partner europei, ma che mostra segnali sempre più evidenti di affaticamento. Il problema principale non riguarda tanto la qualità delle cure quanto la possibilità concreta di accedervi in tempi adeguati.

Il dato che più colpisce riguarda infatti la rinuncia alle prestazioni sanitarie. Nel 2024 il 9,9% degli italiani ha dichiarato di aver rinunciato ad almeno una cura o visita medica ritenuta necessaria. Si tratta di quasi un cittadino su dieci e di un aumento significativo rispetto al 6,3% registrato nel 2019. Una crescita che per Bruxelles rappresenta uno dei principali indicatori delle difficoltà attraversate dal sistema sanitario nazionale.

Alla base di questo fenomeno ci sono soprattutto le liste d’attesa. Se nel 2019 il 2,8% della popolazione indicava i tempi di attesa come motivo della mancata cura, nel 2024 la percentuale è salita al 6,8%. Un incremento che testimonia come il problema sia ormai diventato strutturale e coinvolga ampie fasce della popolazione.

Le attese per visite specialistiche, esami diagnostici e interventi programmati stanno infatti spingendo un numero crescente di cittadini verso il settore privato oppure, nei casi peggiori, alla rinuncia completa alle cure. Una situazione che rischia di compromettere uno dei principi fondanti del Servizio sanitario nazionale: l’universalità dell’assistenza indipendentemente dalle condizioni economiche.

Proprio il peso crescente della spesa privata rappresenta un altro elemento di forte preoccupazione. Secondo la Commissione europea, il 23,7% della spesa sanitaria complessiva in Italia viene sostenuto direttamente dai cittadini attraverso pagamenti privati. La media europea si ferma invece al 14,9%.

La differenza è rilevante e potrebbe essere addirittura sottostimata. Bruxelles sottolinea infatti che molte persone, di fronte all’aumento dei costi e alle difficoltà economiche, potrebbero scegliere di rinunciare completamente alle cure senza neppure comparire nelle statistiche relative alla spesa privata. In altre parole, una quota crescente della popolazione rischia di essere esclusa dai percorsi assistenziali per ragioni economiche.

Dietro queste criticità la Commissione individua una combinazione di fattori. Da una parte persistono problemi organizzativi e gestionali che rallentano l’erogazione delle prestazioni. Dall’altra pesano la carenza di personale sanitario, l’eccesso di prescrizioni in alcuni ambiti e le profonde diseguaglianze territoriali che continuano a caratterizzare il sistema sanitario italiano.

Particolarmente delicata è la questione delle risorse umane. Il rapporto evidenzia come l’Italia presenti uno dei rapporti infermieri-medici più bassi dell’intera Unione europea. Una situazione che limita la capacità operativa delle strutture sanitarie e rende più difficile garantire continuità assistenziale e presa in carico dei pazienti.

Sul fronte medico, il Paese continua a formare un numero di laureati superiore alla media europea, ma il problema riguarda sempre più la distribuzione delle competenze e la scelta delle specializzazioni. Molti giovani professionisti tendono infatti a orientarsi verso discipline considerate meno gravose sul piano organizzativo e più remunerative o compatibili con il bilanciamento tra vita privata e lavoro.

Il risultato è che nel 2024 circa un quarto dei posti disponibili nelle scuole di specializzazione è rimasto vacante. Le maggiori criticità riguardano soprattutto la medicina d’emergenza e altre branche considerate particolarmente impegnative sotto il profilo professionale.

Ancora più evidente appare la crisi della professione infermieristica. Per anni il numero dei laureati in infermieristica è diminuito e oggi continua a rimanere inferiore alla media europea. Una tendenza che, sommata ai pensionamenti e alle difficoltà di reclutamento, sta trasformando la carenza di infermieri in una debolezza strutturale del sistema sanitario.

Preoccupa anche il progressivo indebolimento della medicina territoriale. Nell’ultimo decennio il numero dei medici di medicina generale è diminuito di circa il 13%. Oltre la metà dei medici di famiglia supera oggi il numero massimo di assistiti previsto dagli accordi contrattuali.

Questa situazione genera una pressione crescente proprio sul livello assistenziale che dovrebbe rappresentare il primo presidio sanitario per la popolazione. Un problema particolarmente grave in un Paese che sta rapidamente invecchiando e che necessita sempre più di servizi dedicati alla gestione delle patologie croniche, dell’assistenza domiciliare e della continuità delle cure.

L’evoluzione demografica costituisce infatti una delle principali sfide indicate da Bruxelles. Nel 2025 gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 24,7% della popolazione italiana, una quota superiore alla media europea che si attesta al 22%.

Le prospettive future rendono il quadro ancora più complesso. Entro il 2050 la popolazione in età lavorativa dovrebbe scendere al 54,3% del totale, rispetto al 63,5% registrato nel 2024. Ciò significa che un numero sempre minore di persone attive dovrà sostenere economicamente una popolazione sempre più anziana e bisognosa di cure.

Secondo la Commissione europea, l’aumento delle malattie croniche e delle condizioni di multimorbilità determinerà una crescita costante della domanda di ricoveri, farmaci, assistenza territoriale e servizi di lunga durata.

Le difficoltà risultano particolarmente accentuate nelle regioni del Mezzogiorno. Bruxelles evidenzia come molte aree del Sud siano ancora in ritardo nell’attuazione dei Livelli essenziali di assistenza e incontrino difficoltà nel garantire standard adeguati nella prevenzione, nell’assistenza primaria e nell’accesso ai servizi ospedalieri.

Queste differenze continuano ad alimentare il fenomeno della mobilità sanitaria, con migliaia di cittadini costretti ogni anno a spostarsi verso le regioni del Centro-Nord per ricevere cure ritenute più accessibili o di migliore qualità. Un fenomeno che rischia di consolidare ulteriormente un sistema sanitario nazionale sempre più frammentato e diseguale.

Nel rapporto, tuttavia, non mancano elementi positivi. La Commissione riconosce gli sforzi compiuti dal Governo attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Tra gli interventi più significativi figurano la riforma dell’assistenza territoriale, la revisione delle professioni sanitarie e il piano nazionale per la riduzione delle liste d’attesa.

Il Pnrr italiano dispone complessivamente di 194,4 miliardi di euro e, secondo i dati aggiornati al 4 maggio 2026, sono già stati erogati 153,2 miliardi, pari a circa il 79% delle risorse disponibili.

Tra i risultati già raggiunti Bruxelles cita il rafforzamento della sanità territoriale e gli investimenti destinati alla digitalizzazione di 281 ospedali di medie e grandi dimensioni. Si tratta di interventi considerati fondamentali per migliorare l’efficienza del sistema e rafforzarne la capacità di risposta alle esigenze della popolazione.

Tuttavia la Commissione ritiene che gli investimenti da soli non siano sufficienti. La piena realizzazione della riforma territoriale dovrà essere accompagnata da una profonda riorganizzazione della rete ospedaliera e da un migliore coordinamento tra ospedali, servizi territoriali e assistenza domiciliare.

Una delle priorità assolute resta il rafforzamento del personale sanitario. Bruxelles invita l’Italia ad adottare misure mirate per rendere più attrattive le professioni sanitarie oggi in sofferenza, in particolare quelle degli infermieri e dei medici di medicina generale.

Tra gli strumenti suggeriti figurano incentivi economici, migliori prospettive di carriera, alleggerimento degli adempimenti burocratici e una programmazione più efficace dei percorsi di formazione specialistica, in modo da allineare l’offerta professionale ai reali bisogni del Servizio sanitario nazionale.

Un ruolo strategico viene attribuito anche alla digitalizzazione. Secondo la Commissione, la piena interoperabilità dei sistemi informatici, la diffusione del fascicolo sanitario elettronico, la riduzione delle prescrizioni inappropriate e una gestione più efficiente delle liste d’attesa potrebbero contribuire in maniera significativa a migliorare l’accessibilità delle cure.

Sul piano finanziario, Bruxelles richiama inoltre l’attenzione sulla qualità della spesa pubblica. Nel 2024 la sanità ha rappresentato il 13,2% della spesa pubblica totale, in calo rispetto al 13,8% registrato nel 2019. Una tendenza che si inserisce nel contesto di una finanza pubblica gravata dall’elevato debito pubblico, dalla spesa pensionistica e dagli oneri per interessi.

Per la Commissione, proprio in una fase caratterizzata da forti vincoli di bilancio, diventa essenziale migliorare l’efficienza delle risorse disponibili evitando però di comprimere settori strategici come la salute e l’istruzione.

Il giudizio finale di Bruxelles è dunque articolato. L’Italia continua a disporre di un sistema sanitario che conserva punti di forza importanti e risultati complessivamente positivi sul piano della salute della popolazione. Tuttavia le crescenti difficoltà di accesso alle cure, l’allungamento delle liste d’attesa, il peso della spesa privata e la carenza di personale stanno erodendo progressivamente alcuni dei principi fondamentali su cui il Servizio sanitario nazionale è stato costruito.

Il rischio evidenziato dalla Commissione è che il diritto alla salute finisca per dipendere sempre più dal reddito, dalla regione di residenza e dalla capacità individuale di trovare soluzioni alternative ai ritardi del sistema pubblico.

Per evitare questo scenario, conclude il rapporto, sarà necessario andare oltre gli investimenti del Pnrr e costruire una strategia di lungo periodo capace di integrare sanità territoriale, prevenzione, innovazione digitale, programmazione del personale e riduzione dei divari regionali. Una sfida decisiva non solo per il futuro della sanità, ma per la coesione sociale e la tenuta stessa del modello di welfare italiano.