Cisgiordania, quattro i palestinesi uccisi nello scorso fine settimana senza che ciò abbia fatto scalpore. Invece, nel caso fossero stati ebrei israeliani...
Quattro palestinesi sono stati uccisi nello scorso fine settimana in due distinti attacchi avvenuti in villaggi della Cisgiordania occupata, mentre cresce la violenza dei coloni ebrei nel contesto del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Tre delle vittime sono state colpite da armi da fuoco, mentre un quarto uomo è morto per arresto cardiaco dopo che l'esercito israeliano ha lanciato gas lacrimogeni.
Gli episodi arrivano a pochi giorni da un altro attacco avvenuto il 2 marzo nel villaggio di Qaryut, vicino a Nablus, dove due residenti palestinesi erano stati uccisi a colpi d'arma da fuoco da coloni. Dall'inizio della guerra con l'Iran, l'esercito israeliano ha imposto una chiusura totale della Cisgiordania: posti di blocco e cancelli sono stati serrati e gli spostamenti tra i diversi distretti palestinesi sono fortemente limitati, mentre i coloni continuano a muoversi senza restrizioni.
Il primo attacco mortale del fine settimana è avvenuto sabato pomeriggio nel villaggio di Wadi Al-Rakhim, nelle colline meridionali di Hebron. Un gruppo di coloni ebrei ha ucciso Amir Shanran, 28 anni, e ferito gravemente suo fratello Khaled, 34.
Secondo i residenti, intorno alle 15:30 quattro coloni ebrei sono entrati nei terreni privati della comunità portando con sé una mandria di mucche, lasciate pascolare tra coltivazioni e alberi. Gli abitanti raccontano di aver chiesto loro di andarsene e di allontanare gli animali dai campi.
Ne è nato uno scontro. Alcuni testimoni riferiscono che i coloni ebrei hanno iniziato a colpire gli abitanti con bastoni e a lanciare pietre. Poco dopo sarebbero arrivati altri due uomini a bordo di un quad. Uno di loro, secondo i residenti, indossava un'uniforme militare e portava un fucile.
Testimoni sostengono che l'uomo abbia prima sparato in aria, poi colpito alcuni abitanti con il calcio dell'arma e infine aperto il fuoco contro i due fratelli. Amir Shanran è morto sul posto per una ferita al collo, mentre Khaled è stato colpito al petto e alla mano.
Gli abitanti hanno trasportato i feriti all'ospedale con auto private. Amir è stato dichiarato morto all'arrivo, mentre Khaled è stato operato e risulta in condizioni stabili.
Secondo alcuni residenti, dopo la sparatoria l'uomo armato sarebbe tornato sul quad inseguendo persone tra le case e avrebbe investito una donna di 45 anni, ferendola gravemente aduna gamba.
Poco dopo sono arrivati sul posto soldati e polizia israeliana. I testimoni affermano che i coloni ebrei hanno continuato a muoversi liberamente nell'area e che il presunto autore degli spari non è stato arrestato. Le autorità hanno raccolto solo una breve testimonianza da parte palestinese.
I coloni hanno diffuso una versione opposta dei fatti, sostenendo che un pastore ebreo fosse stato aggredito con bastoni e che un soldato abbia sparato per difenderlo.
L'esercito israeliano, in una dichiarazione ufficiale, ha riferito che un riservista delle forze armate ha aperto il fuoco dopo aver ricevuto una segnalazione di un attacco. Le autorità militari e la polizia hanno annunciato l'avvio di un'indagine e il sequestro dell'arma utilizzata.
Poche ore dopo, nella notte tra sabato e domenica, un secondo attacco mortale è avvenuto alla periferia del villaggio di Khirbet Abu Falah, vicino a Ramallah.
Secondo i residenti, decine di coloni ebrei — alcuni mascherati e armati di bastoni — sono scesi dall'avamposto di Or Nahman e hanno fatto irruzione nel villaggio intorno all'1:30. Quando gli abitanti sono usciti dalle case per difendersi, altri coloni sarebbero arrivati in supporto aprendo il fuoco.
Testimoni parlano di circa settanta o ottanta aggressori. Due uomini, Tha'er Hamayel, 30 anni, e Fara' Hamayel, 57 anni, sono stati colpiti alla testa e uccisi sul posto. Un terzo uomo è stato ferito alla gamba e poi colpito con una pietra.
Circa mezz'ora dopo sono arrivate le forze militari israeliane, che hanno lanciato gas lacrimogeni nel villaggio. Durante l'operazione Mohammed Hassan, 55 anni, ha avuto un arresto cardiaco ed è morto.
Fonti locali riferiscono di almeno sei feriti, quattro dei quali colpiti da proiettili veri. Una fonte della sicurezza israeliana ha confermato che a sparare sono stati coloni e non soldati, mentre l'esercito non ha negato che la morte di Hassan sia avvenuta dopo l'uso di gas lacrimogeni.
Gli abitanti del villaggio parlano di un'escalation della violenza negli ultimi mesi, soprattutto nelle aree agricole tra Abu Falah, Turmus Ayya e Al-Mughayyir, dove gli scontri con i coloni sono diventati sempre più frequenti.
Molti contadini sostengono di non poter più raggiungere ampie porzioni dei loro terreni per timore di aggressioni.
Durante i funerali delle tre vittime, celebrati domenica mattina nella moschea locale, alcuni residenti hanno accusato i coloni ebrei di sfruttare il clima di guerra per intensificare gli attacchi.
L'esercito israeliano ha comunicato di aver aperto un'indagine penale anche su questo secondo episodio. Al momento non risultano arresti.
Naturalmente, non ci saranno arresti, pene o sanzioni per chi ha assassinato quei palestinesi. Non solo. Nessuno si indignerà per quanto avvenuto, tantomeno gli ebrei della diaspora. Tantomeno quelli italiani.
Nella prima conferenza stampa da presidente Ucei, Livia Ottolenghi ha condannto il regime iraniano «che ha fatto carta straccia dei diritti ed è un elemento di forte destabilizzazione attraverso i suoi proxy», definendolo emento destabilizzante per molti popoli in sofferenza in quella regione e in particolare per i cittadini israeliani «che sono sotto i missili da oltre due anni».
E del regime israeliano responsabile (in sequenza) di pulizia etnica, apartheid e genocidio? Nessuna parola. Evidentemente anche la signora Ottolenghi - come chi l'ha preceduta (Noemi Di Segni) - ritiene dovuto che uno Stato canaglia come lo Stato ebraico di Israele possa impunemente compiere crimini contro il diritto internazionale, compreso quello umanitario.
In compenso, però, la stessa Ottolenghi si è detta compiaciuta dell'approvazione al Senato del ddl antisemitismo, dichiarando che «il risultato è buono, anche se avremmo auspicato maggiore adesione e convergenza: vedere voti contrari e astensioni ha fatto un po' male».
"Per Ottolenghi, che ha citato i dati allarmanti dell'ultimo rapporto annuale del Cdec sull'antisemitismo, la legge «risponde a un'esigenza vera del momento: la situazione dell'antisemitismo è preoccupante sia in Italia sia in Europa». Non è semplice essere ebrei in Italia, ha proseguito Ottolenghi, ricordando come quella ebraica sia «una vita sotto scorta» sin dai primi anni di scuola, con forti limitazioni e premure. E quindi «gli ebrei in Italia vivono bene, ma grazie alle istituzioni e alle forze dell'ordine che ci proteggono: la legge ha dato una risposta importante anche a ciò». Tanto la definizione di antisemitismo dell'Ihra tanto il contesto in cui si muove la legge «sono argomento di discussione, ma ciò a cui teniamo è l'assunzione di responsabilità collettiva», ha affermato l'assessore Jona Falco. «E se anche finora non c'è stata unanimità, siamo comunque soddisfatti che il Parlamento sia riuscito a trovare una posizione di sintesi»." (fonte moked.it)
In pratica, la soddisfazione di costoro arriva dal fatto che dei saltafossi eletti in Parlamento abbiano approvato (in prima lettura) una legge che, in base alla definizione di antisemitismo dell'Ihra, etichetta come antisemita critacare lo stato ebraico di Israele.
Ed è grazie a questa "gentaglia" che i coloni ebrei israeliani, con il sostegno dell'esercito, israeliano, del governo israeliano e della Corte suprema israeliana hanno potuto compiere e possono continuare a compiere i loro efferati crimini in nome di una superiorità razzista - che trae le sue radici dalla Bibbia - che non ha nulla da invidiare a quella nazista.