Gaza, il silenzio che divide la Chiesa: cresce la pressione su Papa Leone XIV perché nomini Israele
L'impegno per la pace, la difesa dei migranti e il richiamo costante all'empatia come fondamento dell'azione cristiana rappresentano i pilastri del primo anno di pontificato di Papa Leone XIV. Tuttavia, proprio il conflitto nella Striscia di Gaza sta facendo emergere una frattura sempre più evidente all'interno della Chiesa cattolica. È quanto racconta la giornalista Paola Caridi in un'approfondita analisi pubblicata su +972 Magazine, nella quale viene descritto il crescente disagio di una parte significativa del mondo cattolico nei confronti della prudenza adottata dal Pontefice sul conflitto israelo-palestinese.
Il punto centrale della riflessione è rappresentato da ciò che Leone XIV continua a non dire. Il Papa ha più volte espresso vicinanza alla popolazione palestinese, ha chiesto la pace, il cessate il fuoco, l'ingresso degli aiuti umanitari e la fine delle sofferenze di Gaza. Ma, a differenza del suo predecessore Francesco, evita di indicare esplicitamente Israele come responsabile delle operazioni militari e non utilizza mai il termine "genocidio". Secondo l'analisi di Paola Caridi, questa scelta comunicativa sta diventando l'elemento distintivo del nuovo pontificato, alimentando interrogativi sempre più insistenti all'interno della stessa comunità ecclesiale.
Da Lampedusa a Gaza: il messaggio dell'empatia
L'autrice individua un forte valore simbolico nella visita di Leone XIV a Lampedusa, scelta per ricordare il primo viaggio apostolico di Papa Francesco nel 2013. Davanti alla Porta d'Europa, il monumento dedicato all'accoglienza dei migranti, il Pontefice ha ribadito la necessità di combattere quella che Francesco definiva la "globalizzazione dell'indifferenza", indicando nella parabola evangelica del Buon Samaritano il modello di comportamento per l'intera umanità.
Ma proprio quel riferimento alla strada tra Gerusalemme e Gerico, oggi attraversata da posti di blocco militari, porta inevitabilmente il discorso fino alla tragedia di Gaza. È qui che, secondo l'articolo, emerge la principale contraddizione: il Papa invita continuamente all'empatia universale, ma evita accuratamente di attribuire responsabilità politiche precise per la devastazione in corso.
La protesta cresce anche dentro la Chiesa
L'articolo evidenzia come, parallelamente alle manifestazioni che negli ultimi mesi hanno attraversato l'Italia contro l'offensiva israeliana — dagli scioperi ai blocchi dei porti, fino alle occupazioni universitarie — stia crescendo una mobilitazione anche all'interno del mondo cattolico.
Particolarmente significativo è il ruolo dell'Associazione dei Sacerdoti contro il Genocidio, rete nata nel settembre 2025 che riunisce circa 3.000 sacerdoti provenienti da 58 Paesi. Poco prima dell'assemblea della Conferenza Episcopale Italiana, l'associazione ha inviato una lettera aperta ai vescovi chiedendo un deciso cambio di linguaggio.
Nel documento si sollecita una presa di posizione molto più netta: un appello per un cessate il fuoco permanente, la fine dell'assedio di Gaza, il libero accesso degli aiuti umanitari, il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese e la cessazione di ogni forma di complicità politica, economica e militare con le politiche di occupazione, apartheid e distruzione. Secondo i promotori, l'ambiguità delle istituzioni rischia infatti di trasformarsi essa stessa in una forma di corresponsabilità morale.
Dal pontificato di Francesco al nuovo corso di Leone
Paola Caridi ricostruisce anche il diverso atteggiamento assunto dal Vaticano negli ultimi anni. Papa Francesco aveva progressivamente irrigidito i rapporti con Israele attraverso gesti altamente simbolici, come la sosta davanti al muro di separazione a Betlemme durante il viaggio del 2014 e le telefonate quotidiane alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza durante la guerra.
Anche il Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, viene indicato come una delle voci più critiche verso le politiche israeliane. Dopo numerose visite nella Striscia durante il conflitto, il porporato ha iniziato a sottolineare sempre più chiaramente l'esistenza di una profonda asimmetria tra occupanti e occupati, tra chi detiene il potere militare e chi lo subisce, affermando che riconoscere tale differenza costituisce un dovere di giustizia e di verità.
Cristiani palestinesi sempre meno "eccezione"
L'analisi affronta anche il deterioramento della condizione delle comunità cristiane in Terra Santa. Secondo quanto riportato, il tradizionale trattamento relativamente più favorevole riservato ai cristiani palestinesi rispetto ai musulmani sta progressivamente scomparendo, soprattutto con l'ascesa della destra nazionalista e religiosa israeliana.
Gli episodi di violenza contro chiese, pellegrini e quartieri cristiani di Gerusalemme Est vengono descritti come il sintomo di una trasformazione più ampia, nella quale l'obiettivo politico della cosiddetta "giudaizzazione" del territorio prevale ormai anche sulla storica attenzione verso la presenza cristiana nei luoghi santi.
Nello stesso contesto vengono ricordate anche le limitazioni imposte alle celebrazioni religiose musulmane e cristiane a Gerusalemme, interpretate da molti esponenti ecclesiastici come la dimostrazione che la libertà religiosa non possa essere garantita in modo selettivo.
Anche la politica italiana entra nel confronto
L'articolo segnala infine come il progressivo irrigidimento dei rapporti tra Israele e il mondo cattolico abbia prodotto effetti anche sul piano politico. Viene ricordato che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha criticato le autorità israeliane dopo che il cardinale Pizzaballa e il Custode di Terra Santa Francesco Ielpo sono stati ostacolati nell'accesso alla Basilica del Santo Sepolcro.
Paola Caridi, ha anche ricordato Meloni ha inoltre preso le distanze dagli attacchi verbali rivolti da Donald Trump nei confronti di Papa Leone XIV, evidenziando come anche all'interno del fronte conservatore occidentale stiano emergendo tensioni inattese sul rapporto con la Santa Sede.
L'analisi si conclude osservando che Leone XIV continua a presentarsi come guida di una Chiesa universale, autonoma rispetto agli schieramenti geopolitici. Tuttavia, proprio il suo rifiuto di utilizzare parole come "genocidio" o di indicare esplicitamente Israele quale responsabile delle violenze a Gaza sta diventando il terreno sul quale una parte sempre più ampia del cattolicesimo mondiale chiede al Pontefice un'assunzione di responsabilità più chiara e inequivocabile.
Fonte: www.972mag.com/pope-leo-gaza-genocide-catholic-church