La guerra tra Stati Uniti e Iran continua ad allargarsi e rischia di coinvolgere sempre più direttamente l'intero Medio Oriente. Nelle ultime ore gli Houthi dello Yemen, movimento armato sostenuto da Teheran, hanno annunciato l'intenzione di imporre un blocco navale contro le navi saudite nel Mar Rosso, aprendo di fatto un nuovo fronte del conflitto e mettendo sotto ulteriore pressione i mercati energetici internazionali.

La minaccia arriva mentre proseguono gli scambi di attacchi tra Stati Uniti e Iran, con bombardamenti reciproci, nuovi raid americani contro obiettivi militari iraniani e offensive missilistiche di Teheran contro Paesi che ospitano basi statunitensi nella regione. Il cessate il fuoco raggiunto il mese scorso è ormai definitivamente naufragato e il rischio di un'escalation regionale appare sempre più concreto.


Gli Houthi aprono il fronte del Mar Rosso

Ad annunciare il blocco è stato il portavoce militare Yahya Saree, secondo cui gli Houthi applicheranno il principio del "assedio contro assedio", accusando l'Arabia Saudita di mantenere da anni un blocco terrestre, navale e aereo contro lo Yemen.

Il movimento, che controlla ampie porzioni del territorio yemenita comprese le coste affacciate sullo stretto di Bab el-Mandeb, non ha precisato in che modo intenda far rispettare il blocco navale, ma il messaggio è apparso inequivocabile: qualsiasi reazione di Riyadh sarà seguita da una "escalation totale e durissima".

Lo stretto di Bab el-Mandeb rappresenta uno dei punti di passaggio più strategici del commercio mondiale. Collega infatti il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all'Oceano Indiano. Durante la guerra tra Israele e Hamas gli Houthi avevano già dimostrato di poter mettere seriamente in crisi la navigazione commerciale attraverso attacchi con droni, missili e sequestri di navi mercantili.

Quelle offensive avevano costretto numerose compagnie di navigazione a circumnavigare l'Africa passando dal Capo di Buona Speranza, con enormi aumenti dei tempi di percorrenza e dei costi del trasporto marittimo. Ora il rischio è che quello scenario possa ripetersi su scala ancora maggiore.


Un colpo alle esportazioni di petrolio saudite

La minaccia assume un peso particolare perché l'Arabia Saudita, dopo le difficoltà nello Stretto di Hormuz provocate dal confronto diretto con l'Iran, aveva iniziato a utilizzare massicciamente proprio il corridoio del Mar Rosso.

Secondo i dati riportati nel testo, attraverso il porto di Yanbu e il Bab el-Mandeb transitano oltre 3,6 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti raffinati, destinati soprattutto ai mercati asiatici, mentre complessivamente il regno è arrivato a esportare circa cinque milioni di barili quotidiani sfruttando questa rotta alternativa.

Il presidente di Aramco, Yasir al-Rumayyan, aveva definito questa soluzione una vera e propria "ancora di salvezza" per l'economia saudita dopo le limitazioni imposte nello Stretto di Hormuz. Un eventuale blocco anche nel Mar Rosso priverebbe Riyadh della principale alternativa disponibile.


L'Asia sarebbe la più colpita

Gli analisti ritengono che le conseguenze maggiori ricadrebbero sui Paesi asiatici. India, Cina, Giappone, Corea del Sud e Singapore rappresentano infatti le principali destinazioni del greggio saudita che parte dai terminali sul Mar Rosso. Se le petroliere fossero costrette a evitare Bab el-Mandeb, dovrebbero percorrere rotte molto più lunghe attraverso il Canale di Suez o addirittura circumnavigando l'Africa.

L'effetto immediato sarebbe un forte aumento dei costi logistici e dei tempi di trasporto, con inevitabili ripercussioni sui prezzi dell'energia e su numerose filiere industriali. Gli esperti stimano che il blocco potrebbe interessare oltre il 3% del mercato petrolifero mondiale.


Petrolio subito in rialzo

I mercati hanno reagito immediatamente. Nel corso della giornata il Brent è salito fino a circa 88,6 dollari al barile, mentre il WTI statunitense si è avvicinato agli 82 dollari. Anche negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è tornato a 4 dollari al gallone, livelli che non si registravano dalle prime fasi del conflitto.

Gli operatori temono infatti che, se sia Hormuz sia Bab el-Mandeb dovessero diventare contemporaneamente insicuri, il commercio mondiale del petrolio subirebbe un doppio shock senza precedenti recenti.


Continuano gli attacchi tra Washington e Teheran

Sul terreno militare la situazione continua nel frattempo a peggiorare. Le forze statunitensi hanno colpito per il nono giorno consecutivo obiettivi militari in Iran, interessando aree nel nord-ovest e lungo la costa del Golfo Persico, comprese Bushehr, Bandar Imam Khomeini e la zona di Tabriz. Le autorità iraniane riferiscono vittime e feriti in diverse località.

Parallelamente, Teheran ha intensificato i propri attacchi contro installazioni militari americane e contro gli Stati del Golfo che ospitano basi statunitensi.

Bahrein e Kuwait hanno annunciato di aver intercettato droni e altri velivoli ostili, mentre le sirene d'allarme sono risuonate più volte nel piccolo regno del Bahrein. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno inoltre dichiarato che due petroliere sarebbero state fermate nello Stretto di Hormuz dopo aver seguito rotte che Teheran aveva vietato. Poco dopo, un'imbarcazione è stata segnalata in fiamme al largo delle coste dell'Oman.


Crescono le perdite americane

Anche il bilancio delle vittime continua ad aggravarsi. Dalla ripresa delle ostilità sono morti almeno tre militari statunitensi, mentre un quarto risulta disperso ed è ritenuto presumibilmente deceduto.

Tra le vittime figurano il tenente Tyler James Feehan, 25 anni, e la soldatessa Isabella Gonzales, 19 anni, entrambi uccisi negli attacchi iraniani in Giordania. Numerosi altri militari sono rimasti feriti negli ultimi giorni in Iraq e Giordania, anche se il Pentagono è stato accusato di aver comunicato solo parzialmente l'entità delle perdite e dei danni subiti dalle proprie installazioni.

Secondo il sistema ufficiale di monitoraggio delle vittime del Dipartimento della Difesa, dall'inizio della guerra risultano complessivamente centinaia di militari feriti e almeno 17 deceduti tra incidenti ostili e non ostili.


Diplomazia ancora in stallo

Sul piano politico continuano a emergere timidi segnali di disponibilità al dialogo, ma senza risultati concreti. L'Iran ha confermato di aver ricevuto alcune proposte di mediazione per ridurre le tensioni, mentre il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che Washington sarebbe pronta a negoziare qualora si aprisse uno spiraglio diplomatico, ribadendo però che prima dovrà cambiare il comportamento di Teheran.

Nel frattempo gli Stati Uniti hanno deciso di rafforzare ulteriormente il proprio dispositivo militare nella regione inviando nuovi caccia F-16 dalla Germania, F-35 dal Regno Unito e ulteriori aerocisterne per il rifornimento in volo, segnale che lascia intendere come Washington si stia preparando anche all'eventualità di un'ulteriore intensificazione delle operazioni militari.