Negli ultimi giorni la pubblicazione di nuovi studi sul comportamento degli scimpanzé ha riaperto una delle domande più profonde delle scienze umane: se le radici della guerra siano esclusivamente culturali, oppure se affondino in una storia evolutiva molto più antica, condivisa con altri primati.
Il punto di partenza di questo filone di ricerca è un insieme di osservazioni ormai classiche, che risalgono agli anni Settanta, quando l’etologa Jane Goodall documentò nel Parco di Gombe, in Tanzania, una lunga serie di scontri tra due comunità di scimpanzé precedentemente unificate. Tra il 1974 e il 1978, quello che inizialmente era un unico gruppo si frammentò in due fazioni, dando origine a un conflitto protratto nel tempo che portò alla morte sistematica dei maschi di uno dei gruppi e alla conquista del territorio da parte dell’altro. Questo episodio, noto come “guerra del Gombe”, fu inizialmente accolto con scetticismo, perché rompeva l’idea dominante secondo cui la violenza organizzata fosse una prerogativa esclusivamente umana. Solo studi successivi hanno confermato che dinamiche simili non solo erano possibili, ma ricorrenti in determinate condizioni ecologiche e sociali.
Il nuovo studio riportato da Sky TG24 e diffuso il 16 aprile 2026 si inserisce direttamente in questa tradizione di ricerca, ma amplia il quadro osservativo. Il caso descritto riguarda una comunità di circa duecento scimpanzé nel Parco nazionale di Kibale, in Uganda, una delle più grandi mai studiate in natura. Per oltre vent’anni il gruppo aveva mantenuto una relativa coesione interna, come nel Gombe, ma a partire dal 2015 si è progressivamente verificata una frattura sociale: la perdita di individui che fungevano da “ponte” tra sottogruppi e la riorganizzazione della gerarchia maschile hanno favorito la formazione di due fazioni sempre più separate, fino all’esplosione di una vera e propria guerra interna.
Secondo la ricostruzione degli autori, pubblicata su Science, il conflitto non è stato improvviso ma il risultato di una lenta erosione della coesione sociale. Le interazioni tra i sottogruppi sono diminuite, la cooperazione si è ridotta e le pattuglie territoriali sono diventate sempre più aggressive. Nel momento in cui la rete sociale si è spezzata, la violenza ha assunto una forma organizzata, con attacchi ripetuti e mortali tra membri della stessa comunità originaria. In alcuni casi sono stati osservati episodi di uccisione di individui adulti e cuccioli, un comportamento che richiama direttamente le dinamiche già documentate a Gombe.
Il contesto teorico di questo studio si inserisce in un dibattito aperto da decenni. A lungo, infatti, le scienze sociali hanno oscillato tra due ipotesi opposte: da un lato l’idea - incoerente ma sostenuta in varie forme dall’antropologia del Novecento - che la guerra fosse un prodotto storico recente legato alla nascita della proprietà e degli Stati; dall’altro la prospettiva evolutiva, cioè scientifica, che vede nella violenza intergruppo una possibile estensione di comportamenti adattivi osservabili anche in altre specie sociali.
Per gran parte del Novecento, l’ipotesi dominante nelle scienze sociali occidentali, influenzata da autori come Margaret Mead e da alcune correnti del funzionalismo antropologico, sosteneva che le società umane originarie fossero tendenzialmente pacifiche e che la guerra fosse un prodotto relativamente recente, legato alla sedentarizzazione e alla nascita della proprietà privata. In questa visione, le società di cacciatori-raccoglitori venivano spesso descritte come egalitarie e poco inclini alla violenza organizzata, secondo un novellato che in realtà rievocava il mito dell'Arcadia, tanto caro ad umanisti e filosofi.
Questa ipotesi arcaica è stata progressivamente messa in discussione a partire dagli anni Settanta e Ottanta, soprattutto grazie al lavoro di Lawrence H. Keeley, il cui studio del 1996, War Before Civilization, ha rappresentato un punto di svolta. Keeley, analizzando dati etnografici e archeologici, ha mostrato che molti gruppi di cacciatori-raccoglitori documentati storicamente presentavano livelli di mortalità violenta comparabili, e in alcuni casi superiori, a quelli delle società agricole. Questo ha incrinato l’idea di una “innocenza originaria” dell’umanità, suggerendo invece che la guerra possa avere radici molto più antiche.
Parallelamente, ricerche archeologiche come quelle di Ralph L. Holloway e Steven A. LeBlanc hanno portato evidenze di traumi cranici, scheletri con ferite da arma e siti di massacri preistorici. Uno dei casi più citati è quello di Jebel Sahaba, nel Sudan settentrionale, datato a circa 13.000–14.000 anni fa, dove numerosi individui mostrano segni di morte violenta ripetuta, suggerendo episodi di conflitto organizzato in epoca pre-agricola.
Questi dati hanno alimentato una seconda grande ipotesi: la guerra come risposta ecologica alla competizione per risorse scarse. In questo modello, sostenuto da autori come Napoleon Chagnon negli studi sugli Yanomamö in Amazzonia, la violenza intergruppo emergerebbe soprattutto in contesti di pressione demografica, scarsità alimentare o competizione territoriale. Tuttavia, il lavoro di Chagnon stesso è stato oggetto di forti controversie etiche e metodologiche, proprio perché sembrava suggerire una naturalizzazione della violenza umana.
Negli anni più recenti, la ricerca ha progressivamente abbandonato spiegazioni monocausali. Studi comparativi su larga scala, come quelli di Douglas P. Fry e Patrik Söderberg, hanno mostrato che le società umane oscillano tra fasi di cooperazione e conflitto, e che la guerra non è né universale né inevitabile. In particolare, Fry ha introdotto il concetto di “peace systems”, sistemi sociali in cui gruppi diversi sviluppano istituzioni e norme che riducono sistematicamente la probabilità di guerra.
Sul piano biologico ed evolutivo, un’altra linea di ricerca ha cercato di spiegare la violenza organizzata come estensione della cooperazione intra-gruppo. Teorie di “coalitional aggression”, sviluppate anche in ambito primatologico con studi su scimpanzé condotti da Jane Goodall a Gombe a partire dagli anni Sessanta, hanno mostrato che anche altre specie sociali possono manifestare forme di aggressione coordinata tra gruppi. Tuttavia, il salto qualitativo umano risiede nella capacità di astrazione, pianificazione e istituzionalizzazione del conflitto.
Gli studi di campo condotti sui primati, a partire da Goodall e poi ampliati in altre popolazioni di scimpanzé come quelle di Ngogo, hanno fornito evidenze sempre più solide a favore di un’ipotesi intermedia: la guerra non è né inevitabile né puramente culturale, ma emerge quando specifiche condizioni sociali e ambientali si combinano.
In particolare, la presenza di gruppi numerosi, la competizione per risorse territoriali e la frammentazione delle reti sociali interne sembrano essere fattori chiave per la comparsa di aggressioni coordinate tra gruppi.
Il nuovo caso osservato in Uganda è rilevante perché mostra con maggiore chiarezza il processo di transizione: non si tratta soltanto di scontri tra gruppi rivali, ma della trasformazione di un’unica comunità in entità politicamente separate. È proprio questa dinamica di “scissione sociale” che molti ricercatori considerano cruciale per comprendere anche le guerre umane, dove la costruzione dell’identità di gruppo e la percezione dell’altro come esterno giocano un ruolo centrale.
Ciò che emerge da questo insieme di studi è un cambiamento di prospettiva: la guerra non viene più interpretata come un evento isolato o come una patologia della civiltà, ma come una possibilità ricorrente nelle società di primati sociali complessi. Tuttavia, il passaggio dagli scimpanzé agli esseri umani non è lineare. Le società umane introducono elementi che non hanno equivalenti diretti nel mondo animale, come istituzioni politiche, ideologie, sistemi economici e tecnologie della distruzione su larga scala.
In questo senso, la ricerca contemporanea non sta cercando di ridurre la guerra a un istinto biologico, ma di ricostruirne le condizioni di emergenza. Il quadro che ne deriva è quello di un fenomeno che nasce dall’interazione tra evoluzione biologica e costruzione sociale, tra cooperazione interna e competizione esterna, tra storia naturale e storia culturale. Gli scimpanzé non “spiegano” la guerra umana, ma offrono un modello comparativo che permette di osservare come la violenza organizzata possa emergere quando la coesione di un gruppo si spezza e la competizione per la sopravvivenza diventa strutturale.
È in questa zona di confine tra biologia e antropologia che si colloca oggi la ricerca sull’origine della guerra: non alla ricerca di una causa unica, ma di un insieme di condizioni che, ripetendosi nella storia naturale e umana, rendono possibile la trasformazione della cooperazione in conflitto.

