Roma, piazza del Popolo si riempie: oltre 10mila per il “No” alla riforma della giustizia
Una piazza piena, fredda nel clima ma caldissima nei toni. Oltre diecimila persone si sono ritrovate ieri sera a Roma, in piazza del Popolo, per dire no alla riforma della giustizia e difendere – è il filo conduttore di tutti gli interventi – la Costituzione e l'equilibrio tra i poteri dello Stato.
Nove mesi dopo la mobilitazione di piazza Vittorio per i referendum sul lavoro, il centrosinistra torna compatto. E lo fa con numeri più alti e, soprattutto, con un obiettivo più concreto: fermare la riforma. Se torneranno alle urne quei 14 milioni di elettori già mobilitati in passato, il risultato potrebbe essere sufficiente.
Sul palco ci sono tutti: da Elly Schlein a Giuseppe Conte, da Nicola Fratoianni ad Angelo Bonelli. In platea, le bandiere di Pd, M5S, Avs e Rifondazione si mescolano a quelle di Cgil, Anpi, Arci e Libera. La regia è affidata a Benedetta Tobagi e Massimo Cirri, mentre si alternano interventi di esponenti della società civile, artisti e associazioni.
A tenere insieme il tutto è la Cgil di Maurizio Landini, protagonista anche organizzativo della piazza. È lui a ricordare il cambio di clima: «L'anno scorso non abbiamo raggiunto il quorum. Questa volta deve essere diverso».
Giovanni Bachelet, presidente del comitato “Società civile per il No”, parla apertamente di svolta: «Forse sta finendo la notte nera dell'Italia. Forse saremo i primi a fermare l'onda nera con un rotondo no».
I leader politici, pur con sfumature diverse, insistono sugli stessi concetti: difesa della Costituzione, separazione dei poteri, rifiuto di ogni tentativo di subordinare la magistratura alla politica.
Fratoianni attacca duramente: «Neppure in Ungheria e in Iran hanno scritto esplicitamente che volevano assoggettare i giudici al governo, eppure l'hanno fatto».
Conte è ancora più netto: «Vogliono farci tornare all'Ancien régime, quando il monarca era sopra le leggi. Questa è una riforma truffa».
Schlein risponde direttamente alle parole della premier: «Parlano di sicurezza, ma hanno liberato uno stupratore e cancellato norme sul consenso. Vogliono i giudici sotto l'esecutivo».
Il messaggio è chiaro: il referendum non è tecnico, ma profondamente politico.
Dietro le quinte, però, le crepe non mancano. Il rapporto tra Schlein e Conte resta freddo, i tempi degli interventi vengono modificati all'ultimo minuto, e manca una vera foto di gruppo. Segnali di un'unità costruita più sulla necessità che su una strategia condivisa.
Eppure, come osserva Tobagi dal palco, «dicono che la sinistra è divisa, ma sono tutti qui insieme». Un dato politico che pesa, soprattutto in vista di possibili sviluppi futuri.
Non è solo una manifestazione di partito. Sul palco salgono attrici come Monica Guerritore e Sonia Bergamasco, Pif, rappresentanti di Arci, Acli e Anpi. Rosy Bindi strappa gli applausi più convinti: «Ogni dieci anni provano a cambiare la Costituzione. Ma c'è sempre chi la salva, e lo faremo anche questa volta».
Davanti al palco sventola una grande bandiera della pace. Landini lega il tema della giustizia a quello internazionale: «L'Italia ripudia la guerra». Un richiamo che allarga il perimetro politico della protesta.
Tra la folla, molti adulti ma anche file di giovanissimi in coda per registrarsi come rappresentanti di lista e poter votare da fuorisede. «È un diritto che ci è stato negato», racconta una ragazza, «ma troviamo comunque il modo di esercitarlo».
Tra i presenti si aggirano anche i “No Kings”, già proiettati verso le mobilitazioni del 27 e 28 marzo. Guardano al referendum come a un passaggio decisivo: la possibile prima vera battuta d'arresto per la destra al governo.
In piazza si respira insieme speranza e scaramanzia, ma il senso politico della giornata è chiaro: il referendum sulla giustizia viene vissuto come uno spartiacque. Non solo per la riforma in sé, ma per la direzione del Paese.
Per molti, la posta in gioco è più ampia: fermare una deriva percepita come autoritaria e difendere un'idea di democrazia che, nella piazza di Roma, appare tutt'altro che scontata.
Fonte: il manifesto