Le chiacchiere stanno a zero. E le opinioni dei soliti tromboni, pure. Di fronte alle immagini di negozi devastati, vetrine infrante ed esercizi commerciali saccheggiati da bande di violenti che mettono a ferro e fuoco intere città, c’è poco da commentare e molto da spiegare.

La prima domanda è semplice: dove sono le misure di prevenzione e repressione? E soprattutto, perché un manipolo di facinorosi riesce a trasformare le strade in un campo di battaglia, seminando paura, distruzione e danni a chi lavora e fatica per mandare avanti la propria attività?

Ma la questione va ben oltre le vetrine infrante e le serrande divelte. Perché una domanda, inevitabilmente, sorge spontanea:

Se lo Stato non sa fermare un branco di violenti che mette a ferro e fuoco le città e saccheggia i negozi, come potrà mai proteggere i cittadini dalla minaccia di truppe armate, droni, missili ipersonici, caccia e carri armati, se un giorno - che tutti ci auguriamo non arrivi mai - dovesse scoppiare una guerra?

Certo, la sicurezza interna e la difesa militare sono questioni diverse. Ma entrambe richiedono preparazione, prevenzione, organizzazione e capacità di reagire. E soprattutto pretendono fatti, non slogan.

La sicurezza non si proclama: si garantisce. Con la prevenzione, con la repressione di chi delinque, con interventi tempestivi e con la certezza che nessuno possa devastare città e distruggere il lavoro altrui pensando di restare impunito. Perché uno Stato che non riesce a proteggere i propri cittadini nelle strade di casa deve interrogarsi seriamente sulla propria capacità di difenderli da minacce ben più grandi.

E allora la domanda resta, scomoda e inevitabile:

se non riusciamo a fermare un manipolo di violenti armati di spranghe e pietre, con quale credibilità possiamo rassicurare gli italiani di fronte a droni, missili ipersonici e arsenali militari? Nessun allarmismo, ma neppure favole da raccontare.

La sicurezza non è uno slogan da comizio, né una promessa da conferenza stampa: è un dovere dello Stato. E quando vengono meno la prevenzione, la capacità d’intervento e la certezza della pena, a pagare il conto sono sempre i cittadini. Quelli che lavorano, che rispettano le regole, che pagano le tasse e che chiedono soltanto di vivere senza paura.

Il resto sono chiacchiere. E, appunto, le chiacchiere stanno a zero.