Esteri

Trump umilia i senatori repubblicani: insulti, pressioni e ricatti politici per giustificare la sua guerra contro l'Iran

Donald Trump trasforma il Senato degli Stati Uniti in un'aula di obbedienza personale. Insulti, intimidazioni, pressioni dirette e improvvisi cambi di posizione: è questo il quadro che emerge dall'ennesima giornata di tensione a Washington, dove il presidente americano è riuscito a piegare una parte del Partito Repubblicano fino a ottenere la bocciatura della risoluzione sui poteri di guerra relativa al conflitto con l'Iran... praticamente identica a quella approvata il giorno precedente!

Il voto arrivato nella tarda serata di mercoledì rappresenta molto più di una semplice decisione parlamentare. È il simbolo di un Congresso che, almeno sul fronte repubblicano, appare sempre più incapace di esercitare un controllo autonomo sulla Casa Bianca quando Trump decide di imporre la propria volontà. E il metodo utilizzato dal presidente racconta molto della deriva personalistica che continua a caratterizzare la sua leadership.

Poche ore prima della votazione, infatti, Trump aveva convocato i senatori repubblicani e li aveva duramente attaccati per aver consentito, il giorno precedente, l'approvazione di una risoluzione che limitava i suoi poteri nella guerra contro l'Iran. Una misura largamente simbolica, priva di effetti immediatamente vincolanti, ma dal fortissimo valore politico: per la prima volta il Senato aveva infatti espresso un chiaro segnale di dissenso rispetto alla gestione del conflitto.

Lo scontro con Bill Cassidy
L'episodio più clamoroso riguarda il senatore della Louisiana Bill Cassidy, uno dei quattro repubblicani che avevano votato insieme ai democratici contro la strategia di Trump. Durante la riunione a porte chiuse, Cassidy ha deciso di affrontare direttamente il presidente.

Secondo quanto riferito dallo stesso senatore, ha accusato Trump di non aver spiegato agli americani quale fosse la reale strategia militare.

«Non avete detto al popolo americano cosa sta succedendo. Doveva durare quattro settimane, invece sono passati quattro mesi. Gli obiettivi iniziali non sono stati raggiunti», avrebbe detto Cassidy.

Il confronto è rapidamente degenerato. Lo stesso Cassidy ha raccontato che i due hanno alzato reciprocamente il tono della voce e che lui ha cercato di non lasciarsi intimidire. Trump, invece, secondo persone presenti all'incontro, avrebbe continuato a ordinargli di sedersi fino ad arrivare a definirlo addirittura un "pazzo".

Un linguaggio che difficilmente si concilierebbe con quello normalmente atteso dal presidente della più importante democrazia occidentale, ma che rappresenta ormai uno stile consolidato della comunicazione trumpiana, fatta di delegittimazione personale, attacchi verbali e pressione continua sugli interlocutori.

Il cambio di voto dopo il richiamo alla Casa Bianca
La parte più significativa della vicenda arriva però poche ore dopo. Cassidy viene improvvisamente invitato alla Casa Bianca per un briefing riservato con il vicepresidente JD Vance e con l'inviato speciale Steve Witkoff. Terminato l'incontro, il senatore cambia completamente atteggiamento.

Pubblica un messaggio di ringraziamento su X, elogia la completezza delle spiegazioni ricevute e, una volta tornato al Senato, vota contro una seconda risoluzione praticamente identica a quella approvata il giorno precedente. Un'inversione di marcia tanto repentina quanto politicamente significativa.

Anche il senatore libertario Rand Paul, da settimane critico nei confronti della guerra e più volte schieratosi con i democratici, modifica il proprio comportamento scegliendo questa volta di votare "present", spiegando di voler concedere al presidente maggiore spazio per negoziare una pace duratura.

Il risultato finale è di 47 voti favorevoli, 50 contrari e un'astensione. La risoluzione viene così respinta poco prima della mezzanotte, consentendo ai senatori di lasciare Washington per due settimane di pausa parlamentare.

Un segnale di sottomissione politica
Il voto ha soprattutto un valore simbolico. Le due risoluzioni sui poteri di guerra non hanno infatti forza di legge pienamente vincolante. Ma proprio per questo il loro significato politico è enorme. Dopo essere stati pubblicamente insultati dal presidente, diversi senatori repubblicani hanno scelto di correggere la rotta per dimostrare fedeltà alla Casa Bianca.

È difficile non leggere questa sequenza come il risultato di una pressione politica esercitata direttamente dal capo dell'esecutivo sul proprio partito. Lo stesso leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, ha telefonato a Trump subito dopo il voto comunicandogli l'esito favorevole.

Il presidente si è detto soddisfatto e ha immediatamente celebrato il cambio di posizione di Cassidy e Rand Paul, scrivendo sui social che quella votazione rappresentava un messaggio indirizzato all'Iran.


La guerra diventa un problema interno ai repubblicani
Ma il caso Iran non è l'unica fonte di scontro. Nello stesso giorno Trump ha deciso di rinviare la firma di una legge bipartisan sull'edilizia abitativa, approvata con un consenso trasversale e destinata a contenere il costo delle case.

Il motivo non riguarda il contenuto del provvedimento. Trump pretende infatti che il Congresso approvi prima il SAVE America Act, il controverso disegno di legge che imporrebbe la prova della cittadinanza americana per poter votare. Una richiesta che molti senatori repubblicani giudicano irrealistica.

Il senatore della North Carolina Thom Tillis ha dichiarato di non comprendere perché Trump tenga "in ostaggio" una legge importante per le famiglie americane in nome di un provvedimento che, con gli attuali equilibri parlamentari, non ha alcuna possibilità di essere approvato.

Anche John Thune ha ricordato pubblicamente che il disegno di legge sul voto non dispone dei numeri necessari per superare il filibuster al Senato, dove servono sessanta voti e i democratici sono completamente contrari.


Un presidente sempre più isolato ma sempre più dominante
Le tensioni tra Trump e il suo stesso partito si trascinano ormai da settimane. Il presidente ha bloccato la conferma di alcuni suoi candidati, ha imposto nuove spese contestate persino dai repubblicani e continua a pretendere un sostegno totale alla sua strategia sull'Iran, nonostante numerosi parlamentari abbiano espresso dubbi sugli obiettivi militari e sull'assenza di una chiara strategia di uscita dal conflitto.

Paradossalmente, Trump ha anche contribuito a indebolire la propria maggioranza sostenendo nelle primarie gli sfidanti di senatori repubblicani come Bill Cassidy e John Cornyn, entrambi sconfitti e oggi molto più liberi nel criticare apertamente la Casa Bianca.Lo stesso Cornyn ha riconosciuto che il Partito Repubblicano rischia di presentarsi diviso alle elezioni di metà mandato, avvertendo che questa frattura potrebbe rivelarsi estremamente pericolosa.


Il prezzo della fedeltà personale

L'intera vicenda conferma un tratto ormai ricorrente della presidenza Trump: il rapporto con il Congresso sembra sempre meno fondato sul confronto istituzionale e sempre più sulla fedeltà personale. Chi dissente viene pubblicamente umiliato, insultato o delegittimato; chi torna sui propri passi viene immediatamente riaccolto e celebrato.

La bocciatura della risoluzione sulla guerra in Iran non cambia sostanzialmente la politica estera americana. Ma racconta qualcosa di ancora più significativo: il crescente peso esercitato da Donald Trump su un Partito Repubblicano che, anche quando manifesta dubbi profondi sulle sue scelte, finisce spesso per riallinearsi dopo una telefonata, un richiamo alla Casa Bianca o un pubblico rimprovero.

È una dinamica che alimenta interrogativi non solo sul futuro della politica americana, ma anche sullo stato di salute dell'equilibrio tra i poteri negli Stati Uniti, dove il principio dei pesi e contrappesi appare sempre più sacrificato davanti alla centralità politica di un solo uomo.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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