Anche quest’anno, dal 13 ottobre, oltre 1.300 farmacie lombarde saranno in prima linea nella nuova campagna vaccinale 2025/2026. Non solo contro l’influenza e il Covid, ma anche contro lo pneumococco, grazie all’estensione regionale della sperimentazione partita l’anno scorso. È un passo avanti concreto, non una promessa da conferenza stampa.
Eppure, non basta applaudire: bisogna capire cosa significa davvero questa notizia.
Le farmacie non sono più semplici punti vendita di medicinali. Sono diventate presìdi sanitari di prossimità, pezzi vitali del Servizio Sanitario Regionale. Dove la burocrazia rallenta e le liste d’attesa bloccano l’accesso alle cure, le croci verdi restano spesso l’unico presidio operativo, accessibile e umano. Il fatto che si possano somministrare vaccini multipli, anche in co-somministrazione, è la prova che la rete farmaceutica può sostenere – e in parte sostituire – un sistema ospedaliero sempre più affaticato.
I numeri parlano chiaro: quasi 400 mila dosi antinfluenzali somministrate in farmacia nella stagione scorsa, con un aumento del 30%, e oltre 133 mila vaccini anti-Covid, pari al 41% del totale regionale. Dati che mostrano una tendenza forte: la fiducia dei cittadini non si conquista con gli slogan, ma con la competenza e la presenza.
La gratuità immediata per tutti gli aventi diritto, senza distinzioni per età o categoria, è una scelta giusta. È la sanità pubblica che funziona: quella che semplifica, non che segmenta. Ma perché questa conquista resti tale, serve vigilanza. Perché ogni passo avanti nella sanità di prossimità può essere smontato, pezzo per pezzo, da tagli di bilancio o riforme miopi.
Nei prossimi mesi partiranno in farmacia anche i vaccini HPV e antidifterite-tetano-pertosse: un segnale importante, che amplia ulteriormente l’offerta preventiva. Ma anche qui, serve coerenza: non si può chiedere ai farmacisti di fare più sanità senza dar loro strumenti, risorse e riconoscimenti adeguati.
Questo modello lombardo, se consolidato, può diventare una vera rivoluzione di sistema: una sanità capillare, decentralizzata, umana, che rimette la prevenzione al centro e non in fondo alla lista delle priorità.
Il punto non è solo “fare le punture in farmacia”. Il punto è riappropriarsi di un’idea di salute pubblica moderna, dove la cura non si ferma alla porta dell’ospedale, ma entra nel quartiere, sotto casa, tra la gente.
Chi oggi vuole difendere il diritto alla salute deve capire che la battaglia passa anche da qui: da una rete di prossimità che funziona, che ascolta e che cura davvero.
O la si sostiene, o la si perde.


