Da domani al via la presidenza irlandese Ue, al centro dell'agenda, bilancio, competitività e sicurezza
La nuova presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea si apre su uno dei dossier più delicati dell’intera legislatura: il prossimo bilancio pluriennale dell’Ue 2028-2034. Non una semplice trattativa contabile, ma una partita politica che riguarda il modello stesso di Europa: più risorse comuni per difesa, competitività, industria e innovazione, oppure un bilancio più prudente, più leggero per i contribuenti netti e meno concentrato sulle politiche tradizionali.
Competitività, valori e sicurezza. "Questi tre pilastri saranno i temi centrali della presidenza irlandese, sono interconnessi e si rafforzano a vicenda", si legge nelle priorità per il prossimo semestre. "Lavoreremo intensamente sulle proposte relative a ciascun pilastro, nonché sulle priorità che abbracciano tutti e tre". Una menzione particolare, a questo proposito, va alla necessità di stabilizzare le relazioni dell'Ue con i Paesi vicini e partner globali, "compresi il Regno Unito e gli Stati Uniti".
Ma il passaggio di consegne arriva in un momento particolarmente complesso per la Ue. Il Consiglio europeo del 19 giugno ha chiesto alla presidenza irlandese di portare avanti il lavoro sul “negoziating box” entro il Consiglio europeo di ottobre, con l’obiettivo di arrivare a un accordo tempestivo prima dell’avvio del nuovo quadro finanziario nel 2028. La ragione è politica oltre che amministrativa: chiudere entro il 2026 consentirebbe di adottare gli atti legislativi nel 2027 ed evitare interruzioni nei finanziamenti europei dal gennaio 2028.
Il cuore dello scontro riguarda la dimensione complessiva del bilancio. La proposta iniziale della Commissione europea si aggira intorno ai 2.000 miliardi di euro per sette anni. La presidenza cipriota, prima di lasciare il testimone a Dublino, ha messo sul tavolo un primo compromesso con una riduzione del 2%. Ma quella correzione è stata giudicata insufficiente dai Paesi più rigoristi e già eccessiva dai Paesi che temono tagli a coesione, agricoltura e sviluppo regionale. Reuters ha spiegato che la proposta cipriota riduceva leggermente il volume complessivo, prevedendo al tempo stesso minori aumenti su difesa e competitività e qualche aggiustamento a favore di agricoltura e coesione.
La posizione più dura è quella della Germania. Berlino, principale contribuente netto dell’Unione, ha chiesto un taglio di circa 400 miliardi di euro rispetto alla proposta della Commissione, giudicando “insostenibile” l’attuale livello di spesa. Secondo un documento interno visto da Reuters, la Germania ritiene che, nello stato attuale, un accordo sia impossibile. Anche con il taglio chiesto da Berlino, il prossimo bilancio sarebbe comunque più alto di quello attuale, ma la contribuzione tedesca salirebbe oltre i 50 miliardi l’anno.
Attorno alla Germania si muove il fronte dei cosiddetti Paesi “frugali”, che chiedono maggiore disciplina di bilancio, contributi nazionali sotto controllo e una riallocazione delle risorse verso le nuove priorità: competitività, difesa, intelligenza artificiale, sicurezza economica, autonomia strategica. La linea è chiara: l’Europa deve spendere meglio, non necessariamente spendere di più.
La Francia occupa invece una posizione più complessa rispetto alla Germania. Parigi è il secondo grande contribuente netto dell’Ue e non vuole un aumento incontrollato dei versamenti nazionali, ma al tempo stesso difende con forza la Politica agricola comune e la capacità dell’Europa di finanziare ambizioni comuni su difesa, industria e competitività. Il presidente Emmanuel Macron ha mostrato maggiore apertura rispetto a Berlino sull’idea di risorse comuni e debito comune, vedendo nel bilancio europeo uno strumento per rafforzare la capacità dell’Unione di competere con Stati Uniti e Cina.
Dall’altra parte si collocano Italia e Spagna, insieme a un ampio gruppo di Paesi che chiedono di non sacrificare coesione e agricoltura. La posizione italiana e spagnola è legata a una visione precisa: il bilancio europeo non può diventare solo il contenitore delle nuove priorità strategiche, dimenticando le politiche che hanno tenuto insieme l’Unione per decenni. Coesione, sviluppo regionale e Pac restano strumenti essenziali per ridurre i divari territoriali, sostenere le aree rurali, rafforzare le regioni più fragili e impedire che la transizione industriale e verde allarghi le disuguaglianze.
Non a caso, sedici Stati membri, tra cui Italia e Spagna, hanno firmato una dichiarazione comune per chiedere più risorse per coesione e agricoltura. Secondo questi Paesi, nella proposta della Commissione proprio coesione e Politica agricola comune risultano penalizzate in termini reali, nonostante l’aumento complessivo del bilancio. Il messaggio è politicamente netto: non si può costruire l’Europa della difesa, dell’innovazione e della competitività smantellando l’Europa dei territori, degli agricoltori e delle regioni periferiche. Ed è proprio in quest'ottica che si è da intendersi la nuova politica di Raffaele Fitto, che della coesione è il responsabile oltre che vicepresidente esecutivo della Ue. La sua strategia del "right to stay", per combattere lo spopolamento delle zone interne o ancora il piano per le case e la revisione di metà periodo della politica di coesione, che deve essere improntata a maggiore semplificazione e flessibilità, vanno esattamente in questa direzione. La Commissione ha spiegato che gli aggiornamenti approvati consentono agli Stati membri e alle regioni di riorientare fondi verso competitività, difesa, casa accessibile e sostenibile, resilienza idrica e transizione energetica, mantenendo però il principio che senza regioni forti non esiste una vera crescita europea. Lo stesso Fitto ha definito questa revisione “un passo importante nella modernizzazione della politica di coesione”, sottolineando che le priorità comuni dell’Europa richiedono territori solidi e strumenti adeguati. Fitto si muove dunque su una linea complessa ma strategica: rendere la coesione più moderna, più flessibile e più efficace, senza trasformarla in una politica residuale.
Per l’Italia questo rappresenta anche un elemento politico importante. In una fase in cui Germania e parte dei Paesi frugali chiedono tagli consistenti al prossimo bilancio europeo, mentre Italia e Spagna difendono il valore della coesione e della Politica agricola comune, la presenza di Fitto in una posizione così rilevante consente al nostro Paese di avere un interlocutore di primo piano dentro la macchina comunitaria. Non per piegare la Commissione a una logica nazionale, ma per portare nel dibattito europeo l’esperienza italiana sulle aree interne, sul Mezzogiorno, sul PNRR, sulla ZES unica e sulla necessità di collegare riforme, investimenti e territori.
In termini di competitività, innovazione e sicurezza tecnologica, la presidenza irlandese intende lavorare per un’agenda europea ambiziosa, chiara e strutturata attraverso il summit internazionale sull’intelligenza artificiale in programma a Dublino il 14 ottobre, incentrato sullo sfruttamento delle opportunità offerte dal digitale e dall’intelligenza artificiale, consentendo al contempo ai nostri cittadini di prosperare nella società digitale.
La vera sfida della riforma sarà proprio questa: evitare che il nuovo bilancio europeo contrapponga competitività e coesione. L’Europa deve investire su difesa, industria, innovazione e autonomia strategica, ma non può farlo indebolendo gli strumenti che tengono insieme i territori. Il lavoro di Fitto diventa quindi decisivo perché prova a costruire una coesione di nuova generazione: meno burocratica, più orientata ai risultati, capace di sostenere crescita, sicurezza economica e convergenza territoriale. In una Commissione sempre più chiamata a decidere dove indirizzare le risorse comuni, il vicepresidente esecutivo italiano si sta ritagliando un ruolo di primo piano proprio perché il futuro dell’Europa passerà anche dalla capacità di non lasciare indietro regioni, comunità locali e sistemi produttivi territoriali.