Medio Oriente, stallo tra Stati Uniti e Iran: la guerra si allarga e l'attenzione si concentra sullo Stretto di Hormuz
Il conflitto tra Iran e Stati Uniti entra in una fase di stallo pericoloso, mentre sul campo militare l'escalation continua senza tregua. Da un lato Washington rafforza la presenza militare nella regione, dall'altro Teheran stringe la presa sullo Stretto di Hormuz, trasformandolo in una leva strategica capace di mettere sotto pressione l'intera economia globale.
Le sirene continuano a suonare su Israele, bersaglio di nuove ondate di missili iraniani, mentre nei cieli del Golfo si moltiplicano le intercettazioni. In Iran, intanto, raid pesanti hanno colpito Teheran e altre città chiave, segno di una guerra che si combatte ormai su più fronti e senza esclusione di colpi.
Il conflitto appare sempre più come una sfida di resistenza: chi riuscirà a sopportare più a lungo il peso della guerra. Gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno inflitto colpi durissimi alla struttura militare iraniana, eliminando comandanti di alto livello e colpendo infrastrutture strategiche. Tra questi, anche il capo della marina dei Pasdaran, Alireza Tangsiri, e il responsabile dell'intelligence navale, Behnam Rezaei.
Eppure, nonostante le perdite, Teheran continua a rispondere con lanci di missili e non mostra segnali di cedimento interno. Nessuna rivolta, nessun crollo del sistema: per la leadership iraniana, resistere potrebbe già equivalere a vincere.
Il cuore dello scontro si sposta sempre più sullo Stretto di Hormuz, snodo vitale attraverso cui transita circa il 20% del petrolio e del gas mondiale. Qui l'Iran sta giocando una partita decisiva.
Secondo fonti del Golfo, Teheran avrebbe di fatto trasformato il passaggio in una sorta di “casello” marittimo, imponendo pedaggi alle navi per garantire un transito sicuro. Alcune imbarcazioni avrebbero già pagato, persino in yuan, la valuta cinese. Una mossa che, se confermata e formalizzata, cambierebbe le regole del commercio energetico globale.
Parallelamente, l'Iran blocca o rallenta le navi ritenute vicine allo sforzo bellico occidentale, lasciando passare solo una parte del traffico. Il risultato è immediato: il prezzo del petrolio vola. Il Brent ha superato i 104 dollari al barile, con un aumento di oltre il 40% dall'inizio del conflitto. Per l'economia mondiale, è uno shock che rischia di trasformarsi in crisi.
Sul piano diplomatico, la distanza tra le parti resta ampia. Gli Stati Uniti hanno presentato una proposta di cessate il fuoco in 15 punti, che include la riapertura completa dello Stretto di Hormuz. Ma l'Iran ha respinto le richieste, avanzando a sua volta condizioni che prevedono risarcimenti e il riconoscimento della propria sovranità sullo stretto.
Il presidente americano Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni, fissando un ultimatum: se l'Iran non riaprirà completamente Hormuz, gli Stati Uniti colpiranno le centrali energetiche del Paese. “Devono fare sul serio, prima che sia troppo tardi”, ha dichiarato, sostenendo che Teheran sia ormai “militarmente annientata”.
Una lettura che contrasta con quella iraniana. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha escluso qualsiasi negoziato diretto, definendo i contatti indiretti “non una vera trattativa”.
Nel frattempo, nuovi contingenti americani si avvicinano alla regione: circa 2.500 marines a bordo della USS Tripoli e almeno 1.000 paracadutisti della 82ª Divisione aviotrasportata, pronti a operazioni in territorio ostile.
Sul terreno, la guerra continua a mietere vittime. In Iran si contano oltre 1.900 morti, mentre in Israele le vittime sono 17. Il conflitto si è esteso anche ad altri Paesi: Libano, Iraq e Stati del Golfo registrano decine o centinaia di morti, segno di una regionalizzazione ormai evidente.
Il quadro è chiaro: senza una svolta diplomatica, servirà un'ulteriore escalation per sbloccare la situazione. Ma ogni passo in quella direzione aumenta il rischio di un conflitto su larga scala e di una crisi economica globale.
Lo Stretto di Hormuz, oggi più che mai, non è solo un passaggio marittimo: è diventato il vero epicentro di una guerra che non riguarda più solo il Medio Oriente, ma il mondo intero.