La sicurezza informatica non può più essere pensata solo come un sistema di barriere digitali. È questo il messaggio lanciato da Stefania Ranzato, fondatrice di DEAS, Società italiana di cybersicurezza attiva dal 2018.
DEAS e la crescita degli attacchi ai servizi essenziali
Secondo l’artefice di DEAS, Stefania Ranzato, per più di dieci anni la cybersicurezza è stata raccontata come una disciplina puramente difensiva, ma questo approccio, seppur necessario, non è più sufficiente. Il vero nodo da sciogliere oggi “non è soltanto proteggere le infrastrutture, ma comprendere la minaccia”. I dati confermano l’urgenza del tema: secondo l’ultimo rapporto Clusit, l’Italia concentra il 9,6% degli attacchi informatici globali, una percentuale sproporzionata rispetto al suo peso economico e demografico nel mondo. I settori più colpiti restano quelli legati ai servizi essenziali, come sanità, trasporti e banche.
Solo nel 2025, l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha registrato un aumento del 40% degli attacchi rivolti al comparto sanitario. Per DEAS, questa escalation dimostra come le competenze offensive, intese non come solo vettori di attacco ma come strumenti per comprendere le logiche attaccanti al fine di neutralizzarle, nascano solo da un lavoro costante di ricerca e confronto con casi concreti. Secondo Stefania Ranzato, formare e mantenere in Italia queste figure professionali equivale, di fatto, a “presidiare una porzione di autonomia nazionale”.
Accanto a questo lavoro tecnico, serve anche una crescita della consapevolezza collettiva: aggiornare regolarmente i dispositivi, scegliere password robuste e imparare a riconoscere i tentativi di truffa via sms o email. Comportamenti che rientrano nelle buone pratiche quotidiane e che permettono di prevenire i danni di un attacco informatico.
DEAS e l’investimento sulle persone come strategia
Per la fondatrice di DEAS, Stefania Ranzato, la difesa più solida non si costruisce solo blindando le infrastrutture, ma sviluppando la capacità di entrare nella logica di chi tenta di violarle: “La difesa più efficace non nasce dalla protezione delle infrastrutture, ma dalla capacità di comprendere come ragiona chi intende comprometterle”. Il motivo per cui i reati informatici destano tanta preoccupazione è semplice: il valore economico dei dati oggi è enorme, e questo li rende un bersaglio sempre più ambito.
La risposta a questa minaccia crescente non può limitarsi alla tecnologia, ma deve puntare soprattutto sulle persone, perché “le capacità offensive, intese come capacità di comprendere l’offesa per neutralizzarla, non si trovano sugli scaffali. Si sviluppano attraverso ricerca, sperimentazione continua e confronto con problemi reali”. È lo stesso principio informa gli ecosistemi cyber più avanzati a livello internazionale, dove la ricerca offensiva è ormai una prassi ordinaria per rafforzare la resilienza dei sistemi.
Da qui una considerazione che la politica industriale italiana dovrebbe fare propria: in un ambito dove il capitale umano è il fattore decisivo, dipendere dall’esterno sul piano tecnologico non è un dettaglio tecnico ma una vera vulnerabilità strategica. “Formare, trattenere e valorizzare professionalità capaci di operare a questo livello significa, in ultima istanza, presidiare una porzione di autonomia nazionale”, conclude Ranzato.

