Il 29 ottobre 1956 un reparto di paracadutisti israeliani atterrò al passo di Mitla, nella penisola del Sinai. Due ore dopo il portavoce dell'esercito annunciò con tono trionfale che le forze israeliane avevano attaccato unità palestinesi “fedayeen” e occupato posizioni strategiche vicino al Canale di Suez. L'operazione, si spiegava, era una risposta agli attacchi egiziani contro i trasporti israeliani.
Quella versione dei fatti, scritta personalmente dal capo di stato maggiore Moshe Dayan, era però quasi completamente falsa. I paracadutisti non stavano combattendo guerriglieri palestinesi, ma l'esercito regolare egiziano. E l'operazione non era una reazione a un attacco: era l'inizio di una guerra pianificata.
Quell'offensiva segnò l'avvio della campagna militare che Israele condusse insieme a Gran Bretagna e Francia, allora grandi potenze imperiali. L'obiettivo, come spiegò poco prima dell'attacco il primo ministro David Ben-Gurion, era “riorganizzare il Medio Oriente” e provocare la caduta del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, le cui politiche minacciavano gli interessi dei tre Paesi.
L'invasione dell'Egitto — nota in Israele come guerra del Sinai e nel resto del mondo come crisi di Suez — rappresentò un caso unico nella storia dello Stato ebraico: per la prima volta Israele combatteva una guerra insieme a due potenze europee.
Per decenni quell'episodio è stato considerato un'anomalia storica. Oggi non lo è più.
Per la prima volta dal 1956 Israele si trova nuovamente in guerra al fianco di una grande potenza occidentale, gli Stati Uniti. L'attuale conflitto con l'Iran è stato presentato come un “attacco preventivo”, ma anche questa definizione è contestata da molti osservatori. Pochi credono che Teheran fosse sul punto di lanciare un'offensiva imminente.
Secondo questa interpretazione, si tratta piuttosto di una guerra scelta deliberatamente da Washington e Tel Aviv, così come la campagna del Sinai fu decisa in anticipo da Israele, Francia e Gran Bretagna.
Nel 1956 Israele aveva obiettivi specifici: fermare le operazioni armate palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza allora controllata dall'Egitto e contrastare il rafforzamento militare egiziano, accentuato da un accordo di armamenti con il blocco sovietico nel 1955.
Ma col senno di poi quella guerra mostrò anche caratteristiche chiaramente coloniali. Londra si opponeva alla nazionalizzazione del Canale di Suez decisa da Nasser; Parigi era irritata dal sostegno egiziano ai ribelli algerini. I leader israeliani compresero che quelle tensioni potevano essere sfruttate per i propri obiettivi strategici, in particolare per indebolire o rovesciare il regime egiziano.
Anche la guerra odierna contro l'Iran è accompagnata da giustificazioni ufficiali: eliminare il programma nucleare e missilistico iraniano, fermare il sostegno di Teheran ai gruppi armati nella regione e — secondo la retorica occidentale — liberare il popolo iraniano da un regime oppressivo.
Tuttavia, al di là di queste motivazioni, molti analisti ritengono che Stati Uniti e Israele condividano obiettivi più ampi: rovesciare il regime iraniano e ridefinire l'equilibrio politico del Medio Oriente.
Negli ultimi settant'anni Israele ha sempre evitato di presentarsi apertamente come parte delle guerre americane, insistendo sulla propria autonomia militare. Anche quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele combatteva “per conto della civiltà occidentale”, ha continuato a sostenere che lo faceva per decisione sovrana.
In realtà questa indipendenza è stata spesso più apparente che reale. Le guerre israeliane e l'occupazione dei territori palestinesi dipendono da decenni dal sostegno statunitense: finanziamenti, armamenti, coordinamento militare e protezione diplomatica.
Ciononostante, fino a oggi entrambe le parti hanno mantenuto una certa distanza formale. Nelle guerre del Golfo del 1991 e del 2003 Washington fece di tutto per tenere Israele fuori dal conflitto. Anche lo scontro con l'Iran dello scorso anno fu presentato inizialmente come un'operazione israeliana, con un coinvolgimento statunitense limitato.
Questa volta la situazione appare diversa. Stati Uniti e Israele agiscono apertamente fianco a fianco e dichiarano obiettivi condivisi. Alcuni esponenti dell'amministrazione americana hanno definito Israele un partner militare particolarmente efficace, capace di agire senza le restrizioni che caratterizzerebbero altri alleati occidentali.
Secondo diversi analisti, Israele avrebbe potuto colpire da solo parte delle infrastrutture nucleari iraniane, come già dimostrato in passato. La decisione di agire insieme agli Stati Uniti suggerirebbe quindi un obiettivo più ambizioso: il cambiamento di regime a Teheran e la costruzione di un nuovo ordine regionale.
Resta però un'incognita fondamentale: l'esito politico della guerra.
Nel 1956 Israele ottenne una rapida vittoria militare, conquistando il Sinai in pochi giorni. Ma il risultato politico fu opposto. Stati Uniti e Unione Sovietica esercitarono una forte pressione diplomatica che costrinse Israele, Gran Bretagna e Francia a ritirarsi, in quella che divenne una pesante sconfitta politica.
Nasser ne uscì rafforzato e negli anni successivi divenne il leader indiscusso del mondo arabo.
Nel conflitto attuale l'Iran ha già subito colpi durissimi, tra cui l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. Sul piano militare la superiorità congiunta di Stati Uniti e Israele appare schiacciante.
La vera questione, tuttavia, riguarda ciò che accadrà dopo. Se il regime iraniano crollasse o fosse costretto a piegarsi alle pressioni occidentali, Israele potrebbe rivendicare un ruolo centrale nella ridefinizione degli equilibri del Medio Oriente.
Un simile scenario potrebbe rafforzare ulteriormente la posizione di Israele nella regione, permettendogli maggiore libertà d'azione contro l'Iran e nei territori palestinesi.
Ma esiste anche il rischio opposto. Se il regime iraniano sopravvivesse, la guerra potrebbe trasformarsi in un problema politico per Israele negli Stati Uniti. L'opinione pubblica americana appare divisa e alcuni critici sostengono già che si tratti di una guerra voluta soprattutto da Tel Aviv.
Anche i rapporti con i Paesi arabi del Golfo restano ambigui. Nonostante le critiche all'Iran, diversi commentatori della regione hanno chiarito che i loro governi non intendono partecipare a un attacco guidato da Israele.
Settant'anni dopo la crisi di Suez, il Medio Oriente si trova dunque davanti a un nuovo esperimento geopolitico: una guerra combattuta apertamente da Israele insieme a una grande potenza occidentale. Come allora, la vittoria militare potrebbe non bastare a determinare il risultato politico finale.
Fonte: +972 Magazine
Israel’s last war alongside an imperial power backfired. This one could, too
di Meron Rapoport


