Nel rapporto sulla politica di bilancio 2026 l'Upb promuove i conti dell'Italia, ma ne boccia il futuro
L'Upb promuove i conti, ma boccia il futuro del Paese: l'Italia cresce poco, invecchia troppo e il Governo continua a rinviare le riforme. L'Italia si presenta oggi con conti più credibili rispetto a pochi anni fa, un deficit in graduale riduzione, uno spread relativamente sotto controllo e una reputazione finanziaria che i mercati giudicano migliore rispetto al passato. Ma fermarsi a questa fotografia sarebbe un errore.
Perché il Rapporto sulla politica di bilancio 2026 dell'Ufficio parlamentare di bilancio racconta anche un'altra storia: quella di un Paese che continua a rinviare le scelte difficili, che sopravvive grazie alla prudenza contabile e al sostegno straordinario del PNRR, ma che non riesce ancora a costruire le basi della crescita futura. (Upb)
In altre parole: il Governo Meloni può rivendicare di aver evitato disastri sui conti pubblici, ma non può sostenere di aver affrontato i problemi strutturali che l'Upb continua a indicare come la vera emergenza nazionale.
La crescita c'è, ma è trainata da fattori che non dureranno
Uno dei passaggi più significativi del rapporto riguarda il contributo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Secondo l'Upb, il PNRR continua a rappresentare uno dei principali motori della crescita italiana. Gli investimenti finanziati dall'Europa stanno sostenendo il PIL, l'occupazione e la domanda interna. Ma proprio qui emerge la prima grande domanda politica: cosa accadrà quando il PNRR finirà?
Il rapporto lascia intendere che il problema non è lontano. Le risorse europee non sono infinite e, soprattutto, non possono sostituire in modo permanente una strategia nazionale di sviluppo. Da quasi quattro anni il Governo ripete che l'Italia è tornata a crescere. Ma la crescita legata a investimenti straordinari non equivale a una crescita strutturale.
L'Upb continua infatti a individuare come punti deboli:
- la bassa produttività;
- il rallentamento demografico;
- la scarsità di investimenti privati;
- la debolezza del mercato del lavoro;
- l'insufficiente capacità innovativa del sistema produttivo.
Questioni che esistevano prima di Meloni ma che, dopo quasi quattro anni di governo, restano sostanzialmente irrisolte.
Il grande convitato di pietra: la crisi demografica
Tra le minacce più serie emerge il tema demografico. L'Italia continua a perdere popolazione attiva, mentre aumenta il peso degli anziani e diminuisce quello delle nuove generazioni. Questo significa meno lavoratori, meno contribuenti e una crescente pressione su pensioni, sanità e welfare.
È probabilmente il problema economico più importante del prossimo ventennio. Eppure, nonostante la retorica sulla natalità che accompagna quasi ogni intervento pubblico della Presidente del Consiglio, i risultati restano modesti. L'Upb sottolinea infatti come la sostenibilità futura della finanza pubblica dipenda anche dall'evoluzione della popolazione e del mercato del lavoro.
Tradotto dal linguaggio tecnico: senza più occupati e più contribuenti sarà impossibile mantenere l'attuale livello di servizi pubblici.
Il problema è che gli incentivi una tantum, i bonus episodici e gli slogan sulla famiglia tradizionale non hanno invertito il trend. La natalità continua a scendere. L'emigrazione giovanile continua. La popolazione in età lavorativa diminuisce. E il Governo continua a parlare più di identità che di asili nido.
Sanità: il nodo che tutti vedono e nessuno scioglie
Un'altra questione che attraversa l'intero rapporto riguarda la sostenibilità della spesa pubblica nel lungo periodo. L'invecchiamento della popolazione significa inevitabilmente più spesa sanitaria. Non tra vent'anni. Adesso.
Il problema è che il sistema sanitario nazionale arriva a questa sfida già affaticato da carenze di personale, liste d'attesa interminabili e crescente ricorso alla sanità privata. Il Governo ha spesso rivendicato gli stanziamenti record per la sanità. Formalmente può esser vero. Ma il punto non è soltanto quanti soldi vengono stanziati. È quanti ne servono. Ed è qui che il dibattito cambia completamente.
L'Upb richiama la necessità di affrontare gli squilibri strutturali che minacciano la sostenibilità futura della spesa pubblica. Se l'invecchiamento aumenta il fabbisogno sanitario e il personale continua a mancare, limitarsi a celebrare cifre nominalmente più alte (in valore assoluto, ma non in percentuale rispetto al Pil come dovrebbe esser fatto) non è sufficiente.
Debito sotto controllo, ma il problema non è certo sparito
Il Governo può certamente rivendicare una maggiore credibilità finanziaria. L'Upb riconosce che la politica di bilancio degli ultimi anni ha rafforzato la capacità dell'Italia di assorbire shock esterni e ha migliorato la percezione dei mercati. Ma lo stesso rapporto aggiunge immediatamente che il debito pubblico resta molto elevato e che i margini di bilancio sono ancora limitati.
In sostanza, il Paese è meno fragile di qualche anno fa, ma non abbastanza forte da permettersi errori. Questo significa che ogni euro destinato a bonus temporanei è un euro che non viene investito in produttività, innovazione, formazione o infrastrutture. Ed è proprio qui che emerge uno dei limiti più evidenti della legislatura.
Molte energie politiche ed economiche sono state dedicate a misure simboliche, identitarie o di breve consenso. Molto meno spazio è stato riservato a interventi capaci di aumentare stabilmente il potenziale di crescita dell'economia.
Pubblica amministrazione: la riforma che continua a mancare
L'Upb dedica particolare attenzione anche all'efficienza della Pubblica amministrazione e agli effetti del PNRR sulla sua capacità operativa. Il punto è cruciale. L'Italia non soffre soltanto per mancanza di risorse. Spesso soffre perché non riesce a spendere bene quelle che ha. Procedure lente. Tempi burocratici lunghissimi. Difficoltà nella progettazione. Scarsa capacità amministrativa di molti enti locali.
Sono problemi noti da decenni.
Eppure, nonostante il PNRR abbia offerto l'occasione irripetibile di modernizzare la macchina pubblica, la sensazione è che molte riforme siano ancora a metà strada.
Il vero giudizio dell'Upb
Il messaggio finale del Rapporto 2026 è meno rassicurante di quanto possa sembrare a una lettura superficiale. L'Upb non descrive un Paese in emergenza. Descrive un Paese fermo a un bivio. Da una parte c'è la stabilità finanziaria conquistata con fatica.
Dall'altra ci sono i problemi che continuano ad accumularsi: produttività debole, crisi demografica, debito elevato, sanità sotto pressione, crescita insufficiente e investimenti che dipendono ancora in larga misura dal PNRR.
Per questo il passaggio più importante del rapporto è forse quello meno citato: secondo l'Upb è arrivato il momento delle scelte sulle priorità di intervento e di spesa. Tradotto in linguaggio politico significa una cosa molto semplice: la fase della gestione ordinaria è finita.
Continuare a celebrare i conti che migliorano senza affrontare le riforme che mancano rischia di lasciare al prossimo governo — qualunque esso sia — un Paese con bilanci più ordinati ma con gli stessi problemi strutturali di oggi.
Fonte: www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2026/06/UPB-Rapporto-sulla-politica-di-bilancio-2026.pdf