C'è un dato che il governo ha provato a trasformare immediatamente in una vittoria politica: l'affluenza. Quel 46% registrato alla chiusura della prima giornata è stato agitato come una bandiera, quasi fosse già il verdetto delle urne. Non lo è. E raccontarlo così è l'ennesimo esercizio di propaganda di una maggioranza che, su questa riforma della giustizia, ha costruito più narrazione che consenso reale.

Il ragionamento è semplice, fin troppo: più gente vota, più cresce il Sì. È la tesi ripetuta per giorni, rilanciata da sondaggi selezionati e commentatori compiacenti. Ma è anche una lettura interessata, perché trasforma un dato neutro — la partecipazione — in una previsione politica comoda. Come se l'affluenza fosse automaticamente un plebiscito per il governo. Non lo è mai stata.

Anzi, la realtà che emerge dalle prime rilevazioni è molto più scomoda per Palazzo Chigi: il Paese è spaccato. Gli instant poll parlano di un testa a testa, con il No che in diverse proiezioni risulta in leggero vantaggio. Altro che “vento del Sì”. Altro che riforma condivisa. Qui siamo davanti a una frattura netta, che smentisce la narrazione di un consenso largo e naturale.

E allora perché questa insistenza sull'affluenza? Perché il governo ha bisogno disperato di un segnale politico da rivendicare. Ha trasformato un referendum costituzionale — che dovrebbe riguardare l'equilibrio dei poteri, l'indipendenza della magistratura, la tenuta dello Stato di diritto — in un referendum su se stesso. E ora cerca di intestarsi perfino il fatto che gli italiani siano andati a votare.

Ma c'è un problema: quando l'affluenza è alta, non significa che gli elettori approvino. Significa che partecipano. E spesso partecipano proprio quando percepiscono un rischio, quando sentono che qualcosa di importante è in gioco e vogliono fermarlo. È esattamente il contrario della lettura trionfalistica che arriva da chi governa.

Il dato vero, quello che il governo evita accuratamente di sottolineare, è che questo referendum non è passato sotto silenzio. Non è stato ignorato. Non è stato accettato passivamente. È stato combattuto. E quando una riforma costituzionale divide così profondamente il Paese, il problema non è l'affluenza: è la riforma stessa.

Il Sì, oggi, non è una vittoria annunciata. È una scommessa appesa a pochi punti percentuali, sostenuta più dalla macchina politica del governo che da una convinzione diffusa nel Paese. E se davvero il risultato dovesse essere incerto fino all'ultimo, la responsabilità non sarà degli elettori “indecisi”, ma di chi ha voluto forzare una riforma così delicata senza costruire un consenso vero.

In fondo, questo è il punto politico che resta, al di là dei numeri: il governo ha provato a trasformare un referendum costituzionale in una prova di forza. E ha scoperto, fin dalle prime ore, che quella forza non è affatto scontata.