Tumore del colon-retto, l’allarme dell’Ocse: casi in aumento tra i giovani, screening ancora insufficienti
Il tumore del colon-retto continua a essere una delle principali cause di morte oncologica nei Paesi avanzati, nonostante sia tra le forme di cancro più prevenibili. A lanciare l’allarme è un nuovo policy brief dell’Ocse, che fotografa una situazione complessa: da un lato migliorano le cure e cala la mortalità, dall’altro aumentano i casi – soprattutto tra i più giovani – e resta troppo bassa l’adesione agli screening.
Secondo il documento, dal 2000 l’incidenza complessiva è cresciuta in modo significativo: +21% tra gli uomini e +15% tra le donne. Un aumento legato in gran parte all’invecchiamento della popolazione, ma che non spiega del tutto un fenomeno più recente e preoccupante: la crescita delle diagnosi tra i 15 e i 49 anni.
Proprio tra i giovani si registra il cambiamento più marcato. Tra il 2000 e il 2022, l’incidenza è aumentata nella grande maggioranza dei Paesi Ocse: in 30 su 34 per le donne e in 28 su 34 per gli uomini. L’incremento medio è del 25% nelle donne e del 23% negli uomini. Numeri ancora inferiori rispetto alle fasce più anziane, ma sufficienti a segnalare un mutamento reale nei fattori di rischio e a mettere in discussione le attuali strategie di prevenzione.
Nonostante questo quadro, emergono anche segnali positivi. La mortalità standardizzata per età è in calo: tra il 2012 e il 2022 è diminuita in media del 16% tra le donne e del 18% tra gli uomini nei Paesi Ocse. Un risultato attribuito sia alla maggiore diffusione degli screening organizzati sia ai progressi terapeutici, incluse le terapie mirate e la gestione multidisciplinare dei pazienti.
Il nodo centrale resta però l’adesione ai programmi di prevenzione. Nel 2023, solo il 48% della popolazione eleggibile ha partecipato agli screening per il tumore colorettale. Le differenze tra Paesi sono molto ampie: si va da un minimo del 9% a un massimo del 74%. Le donne partecipano più degli uomini, con un divario medio di sei punti percentuali.
Ancora più marcate sono le disuguaglianze sociali. Le persone con un livello di istruzione più basso aderiscono meno ai programmi di screening, con uno scarto medio di nove punti percentuali rispetto ai gruppi più istruiti, che in alcuni Paesi supera i venti punti. Alla base di questo divario ci sono minore consapevolezza del rischio, difficoltà di accesso e maggiore complessità nell’orientarsi nei percorsi sanitari.
Un’altra criticità riguarda la diagnosi tardiva. In molti casi il tumore viene scoperto dopo un accesso al pronto soccorso, spesso quando la malattia è già in fase avanzata. La quota di diagnosi in emergenza varia sensibilmente tra i Paesi, ma resta elevata, colpendo soprattutto i più giovani e gli anziani, spesso esclusi dagli screening standard.
Anche sul fronte delle cure emergono ritardi. In media, solo il 52% dei pazienti riceve un trattamento entro 30 giorni dalla diagnosi istologica. La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione, rallentando i percorsi diagnostici e terapeutici in diversi sistemi sanitari.
La qualità degli interventi chirurgici mostra inoltre margini di miglioramento. La mortalità a 30 giorni dall’operazione è in media del 2,5%, ma varia sensibilmente tra i Paesi. Ancora più evidente è la differenza tra interventi programmati e d’urgenza: nei casi di emergenza la mortalità può arrivare all’11%, contro circa il 2% delle operazioni pianificate. Un dato che conferma quanto sia cruciale individuare la malattia in fase precoce.
Per affrontare queste criticità, l’Ocse indica cinque direttrici di intervento. La prima è aumentare la partecipazione agli screening, semplificando l’accesso con strumenti come l’invio a domicilio dei kit o la distribuzione tramite farmacie. La seconda riguarda la necessità di garantire follow-up rapidi per i test positivi, in particolare con colonscopie tempestive. La terza punta a migliorare l’identificazione dei soggetti ad alto rischio, soprattutto tra i più giovani. La quarta propone di fissare standard minimi per strutture e chirurghi, al fine di migliorare gli esiti. La quinta insiste sul monitoraggio sistematico della qualità delle cure.
Il messaggio finale è chiaro: il tumore del colon-retto può essere contrastato in modo più efficace, ma solo colmando il divario tra ciò che è già possibile fare e ciò che viene realmente garantito. Più prevenzione, diagnosi più rapide e cure di qualità non sono opzioni, ma condizioni necessarie per ridurre davvero il peso di una malattia che, ancora oggi, colpisce troppo e troppo spesso tardi.