La parola “cessate il fuoco” non ha più alcun significato nella Striscia di Gaza. Lunedì sera, mentre ufficialmente la tregua era ancora in vigore, caccia israeliani hanno bombardato la città di Gaza, in aperta violazione degli accordi. Secondo fonti locali, due attacchi hanno colpito l'area orientale della città, mentre le artiglierie continuavano a martellare Khan Younis e altri centri abitati. Il risultato è sempre lo stesso: civili uccisi, famiglie distrutte, nessuna giustificazione credibile.

Dal 10 ottobre, data dell'annuncio del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, Israele ha ucciso almeno 236 civili palestinesi e ne ha feriti oltre 600. Nel frattempo, sono stati recuperati 502 corpi da sotto le macerie: vite cancellate, spesso senza nemmeno un nome registrato.

Il 18 marzo Israele ha deciso unilateralmente di stracciare la tregua, tornando a colpire la Striscia con una violenza ancora maggiore. Da quel momento, oltre 13.598 palestinesi sono stati uccisi e più di 57.800 feriti. Dall'inizio dell'offensiva nell'ottobre 2023, i morti palestinesi sono saliti a 68.865, in gran parte donne e bambini. I feriti sono più di 170.000. A questi numeri si aggiungono almeno 10.000 dispersi, probabilmente sepolti sotto le rovine delle loro case.


Quasi due milioni di persone in fuga

L'aggressione israeliana ha provocato uno sfollamento di massa: circa due milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, ammassate nella già sovraffollata Rafah, al confine con l'Egitto. È l'esodo più grande dai tempi della Nakba del 1948. Intere comunità vivono in tende improvvisate, senza acqua, senza cibo, senza prospettive, in un limbo che non ha nulla di temporaneo.


Una tregua solo sulla carta

Nonostante l'annuncio del cessate il fuoco dell'11 ottobre, i bombardamenti non si sono mai realmente fermati. Da quel giorno, 240 persone sono state uccise e oltre 600 ferite. Altre 511 vittime sono state estratte dalle macerie, spesso dopo giorni di ricerche senza mezzi né personale sufficiente. Parlare di “tregua” è insultare la realtà.


Gaza alla fame: la crisi alimentare peggiore al mondo

Alla devastazione umana si aggiunge una catastrofe agricola e alimentare. La FAO ha definito la situazione “senza precedenti”: oltre l'80% dei terreni coltivati è stato distrutto, meno del 5% risulta ancora sfruttabile. Il 70% delle serre è stato raso al suolo, i pozzi sono inutilizzabili, l'accesso all'acqua è quasi impossibile. In altre parole, Gaza è stata resa incapace di nutrirsi.

Il sistema di produzione locale è collassato. Il 90% della popolazione non ha accesso a cibo sufficiente. La pesca è paralizzata da restrizioni e distruzioni. Le colture di verdure e cereali sono crollate a meno della metà rispetto a due anni fa. La Striscia dipende totalmente dagli aiuti umanitari, che però vengono ostacolati, rallentati, bloccati.

La FAO inserisce Gaza tra le quattro peggiori crisi alimentari del pianeta per il biennio 2024-2025, insieme a Sudan, Yemen e Afghanistan. E avverte: senza un intervento urgente su cibo, acqua, sanità e sostegno psicologico, si arriverà a una carestia di massa.

 

Quella in corso non è una guerra, è un massacro prolungato, scientificamente documentato e politicamente tollerato. Una tregua violata, migliaia di civili uccisi, una popolazione intrappolata e condannata alla fame. Continuare a parlare di “danni collaterali” o “diritto alla difesa” è pura ipocrisia.

Lo Stato di Israele era e continua ad essere uno Stato canaglia e chi fa finta di ignorarlo è (o continua ad essere) complice dei suoi crimini.