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Medici di famiglia, la riforma Schillaci è già un caso politico: il governo apre il fronte più pericoloso della sanità

La proposta del ministro della Salute divide sindacati, ordini, opposizioni e perfino la maggioranza. Il “doppio canale” tra convenzione e dipendenza pubblica viene presentato come svolta per le Case della Comunità, ma rischia di trasformarsi in un pasticcio: giovani in fuga, medici penalizzati, previdenza sotto pressione e cittadini ancora una volta lasciati in attesa.

La riforma della medicina generale doveva essere il passo decisivo per ricostruire la sanità territoriale. Rischia invece di diventare l’ennesima prova di improvvisazione politica su un settore già stremato. Il ministro Orazio Schillaci ha portato in Conferenza delle Regioni uno schema sintetico, non ancora un testo vero, ma sufficiente a incendiare il confronto. Sindacati, ordini professionali, opposizioni ed Enpam hanno già alzato le barricate. E il punto è semplice: non si può riscrivere il ruolo del medico di famiglia con una bozza, senza confronto reale, mentre milioni di cittadini faticano già oggi a trovare assistenza.

Il cuore della proposta è il cosiddetto “doppio canale”: i medici di famiglia potrebbero scegliere se restare nel regime convenzionale, riformato, oppure diventare dipendenti pubblici su base volontaria. L’obiettivo dichiarato è rendere finalmente operative le Case della Comunità finanziate dal PNRR e superare un modello considerato vecchio rispetto all’invecchiamento della popolazione, alla crescita delle cronicità e alla necessità di una medicina di prossimità più strutturata.

Sulla carta sembra una riforma di sistema. Nella realtà, almeno per come è stata presentata finora, appare come un salto nel vuoto. Il governo promette modernizzazione, ma offre incertezza. Dice di voler rafforzare il territorio, ma rischia di svuotarlo. Parla di libertà di scelta, ma costruisce un meccanismo che potrebbe spaccare la categoria, aumentare le disuguaglianze tra professionisti e rendere ancora più fragile il rapporto tra medico e paziente.

La reazione più dura arriva dalla Fimmg, che accusa il provvedimento di “distruggere il medico di famiglia” e lo definisce inattuabile, pericoloso e mai discusso davvero con le categorie. Il sindacato teme che il doppio canale produca squilibri ingestibili, soprattutto tra i giovani medici, già poco attratti da una professione carica di burocrazia, responsabilità e prospettive incerte. Il rischio denunciato è una fuga dalla medicina territoriale proprio mentre il Paese avrebbe bisogno dell’esatto contrario: più medici, più presenza, più continuità assistenziale.

Il nodo politico è tutto qui. Il governo tenta di risolvere una crisi organizzativa cambiando il rapporto di lavoro, ma senza chiarire con quali risorse, quali tutele, quale personale e quale modello operativo. Le Case della Comunità, senza medici, infermieri, specialisti e servizi reali, non diventano presidi di salute: diventano edifici vuoti con una targa nuova.

Anche la Fnomceo boccia l’impianto, parlando di riforma inefficace, inutile e dannosa. Il timore è che il medico di famiglia, trasformato in dipendente dell’azienda sanitaria, perda autonomia e centralità nel rapporto fiduciario con il paziente. La Fimp, che rappresenta i pediatri, denuncia lo stesso rischio: meno autonomia professionale, più burocrazia, più subordinazione amministrativa. In altre parole, il paziente potrebbe non guadagnare un medico più presente, ma un professionista più vincolato da procedure, turni, direttive e compatibilità aziendali.

Più sfumate, ma comunque critiche, le posizioni di Snami e Smi. C’è chi non respinge in assoluto il principio del doppio canale, ma chiede di capire come possa funzionare davvero. Perché una riforma non si giudica dagli slogan, ma dalle conseguenze. E qui le domande sono enormi: cosa accade ai medici senza specializzazione? Quali garanzie contrattuali avranno i nuovi dipendenti? Come si eviterà una concorrenza interna tra convenzionati e assunti? Chi coprirà i costi? E soprattutto: chi curerà i cittadini nel frattempo?

Il paradosso è che perfino i medici ospedalieri, con Cimo-Fesmed, guardano con preoccupazione al progetto. Se i medici di famiglia diventano dipendenti, il sistema sanitario dovrà assorbire nuove figure, nuove spese, nuovi equilibri contrattuali. In un Servizio sanitario nazionale già sottofinanziato, con reparti in affanno e liste d’attesa interminabili, il rischio è aprire una guerra tra poveri: territorio contro ospedale, medicina generale contro specialistica, professionisti contro professionisti.

Sul piano politico la maggioranza mostra crepe evidenti. Forza Italia è divisa. Stefania Craxi respinge l’idea dei medici dipendenti, definendola una burocratizzazione antistorica della professione. Roberto Occhiuto, presidente della Calabria e vice segretario nazionale del partito, difende invece la riforma, rivendicandone l’impronta liberale perché lascerebbe ai medici la libertà di scegliere. Ma chiamare “liberale” una riforma che rischia di portare pezzi di medicina generale dentro un meccanismo aziendale pubblico è una forzatura politica prima ancora che semantica.

Dal Lazio Francesco Rocca apprezza l’analisi del ministro, ma rinvia il giudizio al testo definitivo. È una posizione prudente, ma anche rivelatrice: persino dentro l’area di governo nessuno vuole intestarsi fino in fondo una riforma ancora nebulosa, potenzialmente esplosiva e destinata a toccare una delle funzioni più sensibili del sistema sanitario.

Le opposizioni attaccano il metodo. Il Partito democratico, con Marina Sereni, denuncia l’assenza di un articolato vero e il mancato coinvolgimento delle parti interessate. Il Movimento 5 Stelle, con Mariolina Castellone, chiede che il Parlamento possa discutere finalmente un testo compiuto, non uno schema sintetico dopo mesi di attesa. Alessio D’Amato, di Azione, mette in guardia dal rischio di spingere i giovani medici ancora più lontano dalla medicina generale.

Poi c’è il fronte Enpam, forse il più sottovalutato ma tra i più delicati. Se una quota significativa di medici passasse alla dipendenza pubblica, i contributi alla cassa previdenziale professionale potrebbero ridursi, mettendo sotto pressione un sistema a ripartizione che vive dell’equilibrio tra entrate e prestazioni future. Qui non si parla solo di contratto: si parla di pensioni, sostenibilità previdenziale, tenuta di lungo periodo della professione.

Il governo, ancora una volta, sembra confondere la riforma con l’annuncio della riforma. Ma la sanità non si governa per titoli. Non basta evocare il PNRR, le Case della Comunità e la modernizzazione del territorio per risolvere problemi strutturali accumulati in anni di tagli, programmazione sbagliata, carenza di personale e diseguaglianze regionali.

Chi ci guadagna, al momento, non è chiaro. Chi rischia di perderci, invece, è evidente: i giovani medici, che potrebbero trovarsi davanti a un percorso ancora più incerto; i medici convenzionati, che vedono minacciata la propria autonomia; l’Enpam, che teme squilibri contributivi; le Regioni, chiamate ad applicare un modello ancora indefinito; e soprattutto i cittadini, che chiedono medici disponibili, visite rapide, continuità assistenziale e risposte concrete, non l’ennesima architettura normativa calata dall’alto.

La frase da scolpire è questa: una Casa della Comunità senza comunità professionale dentro è solo cemento sanitario. E una riforma della medicina generale fatta contro i medici rischia di diventare una riforma contro i pazienti.

Il punto non è difendere l’esistente. La medicina generale va cambiata, rafforzata, resa più moderna, integrata con infermieri, specialisti, digitale e servizi territoriali veri. Ma cambiare non significa smontare un pilastro senza sapere cosa metterci al posto. Serve più sanità territoriale, non più confusione territoriale. Serve una riforma discussa, finanziata, scritta bene, sostenibile. Non un compromesso politico travestito da svolta.

Ora Schillaci deve scegliere: aprire davvero il confronto o andare avanti a colpi di schema. Ma se il governo pensa di risolvere la crisi della sanità di base trasformando il medico di famiglia in una pedina amministrativa, ha già sbagliato diagnosi. E quando la diagnosi è sbagliata, la cura non guarisce: peggiora la malattia.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Politica
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