Quando ha compreso che la scrittura sarebbe diventata una parte importante della sua vita?

Praticamente  appena  imparai  a  scrivere,  a  4  anni.  Quando  ne  avevo  sei  scrivevo  favolette  sugli  animali  e  la  mia  maestra  mi  portava  in  giro  per  le  classi  per  farmele  leggere  ad  alta  voce  e  annoiare  le  altre  bambine. A  quindici  anni  decisi  che  quella  doveva  essere  la  mia  professione,  ma  mio  padre  era  contrario  e  scrivevo  di  nascosto. Forse  lui  temeva  che  io  volessi  rinunciare  al  “posto  fisso”,  ma  non  è  stato  così. Mi  sono  laureata  e ho insegnato.

Da dove nascono di solito le storie: da esperienze personali, da pura immaginazione o da altro?

  Da  qualunque  spunto. Spesso  da  fatti  veri  rielaborati  a  modo  mio.  Oppure   nel  leggere,  nel vedere  un  film, vengo colpita  da  una  piccola  scena  di  secondaria importanza,  la  trovo  degna di  sviluppo  e  ci  costruisco  sopra  una  trama  completamente  diversa.

Esiste un momento o un luogo particolare in cui trova più facile scrivere?

 L’ispirazione  può  arrivare  in  momenti  in  cui  ho  altro  da  fare  e  mi  limito  a  prendere  appunti,  ma  quando  decido  di  iniziare  la  scrittura  devo  essere  in  totale  relax,  nella  mia  camera  insonorizzata,  e  in  un  giorno  festivo.

Quali autori o libri hanno ispirato maggiormente il suo percorso?

Tutti  tranne  gli  italiani,  mi dispiace  doverlo  dire.  Fra  gli  americani,  Steinbeck,  Faulkner, Irwin  Shaw,  Cornell  Woolrich.  Tra  gli  inglesi,  Thomas  Hardy,   W. Somerset  Maugham, Henry  James.  Tra  i  francesi,  Stendhal,  Balzac,  Mauriac,  Sagan,  Pagnol,  Maupassant,  Rostand e  chissà  quanti  altri.  Il  problema  degli  italiani è  che  curano  l’eleganza  formale  a  discapito  del  pathos  e  della  potenza  drammatica. Io  amo  quei  libri  che  procurano  un colpo  al  cuore.

Se dovesse descrivere il suo stile di scrittura in tre parole, quali sceglierebbe?

Sintetica,  potente  e  cinematografica.

Qual è stata la sfida più grande affrontata nel percorso di scrittrice?

  Farmi  pubblicare  da  case  editrici  no  EAP.  Ne  ho  trovate  tante,  specie  quelle  che  pubblicano  in  seguito  a  concorsi.  Ma  purtroppo  pubblicizzano  un  libro  soltanto  nell’anno  in  cui  esce,  poi  lo  mettono  da  parte  e  aspettano  che  sia  l’autore  a  girare  per  tutta  l’Italia  con  presentazioni e  firma copie. Non  sempre  l’autore  può  farlo,  e  il  libro  muore  dimenticato.

Preferisce pianificare la trama nei dettagli o lasciarsi sorprendere dalla storia mentre prende forma?

 La  scaletta  è  d’obbligo,  dettagliata,  il  finale è  concepito  subito,  ma  nella  parte  centrale  i personaggi  possono  assumere  atteggiamenti  non  previsti. È  logico,  sono  esseri  umani…le  loro  azioni  devono  essere  coerenti  col  carattere  che  ho  assegnato  loro  all’inizio.

Quanto di sé stessa è presente nei personaggi delle sue opere?

 Una  piccola  parte  di  me  è  dovunque.  I miei  personaggi femminili  sono  donne  molto  determinate  e amano  proteggere  uomini  fragili. E  io  sono  quel  tipo  di  persona.  Solo  una  volta  ho  scritto  la  storia  di  una  donna  oppressa (Il  dono  del  diavolo)  ma  era  ispirata  a  un  fatto  vero  e  non  aveva  nulla  a  che  fare  con  la  mia  vita.

Se potesse dare un solo consiglio a chi desidera iniziare a scrivere, quale sarebbe?

 Insistere  tenacemente.  Ma  solo  se  si  ha  il  dono  fin  da  piccoli.  Non  si  diventa  scrittori  a  quarant’anni  solo perché  una  mattina  ci  si  alza  e  si  prende  questa  decisione.

Che ruolo rivestono le emozioni nei suoi libri?

 Le  emozioni  dei  personaggi  devono  riuscire  a  coinvolgere  il lettore  provocandogli  angoscia  autentica,   farlo  riflettere  sugli  imprevisti  della  vita,  sull’amore  che  viene  donato  senza  aspettarsi  nulla… altrimenti  quel  libro  è  inutile.

Qual è stato finora il momento più gratificante della sua carriera da autrice?

A  dire  la  verità  mi  sentivo  molto  più  gratificata  quando  pubblicavo  testi  di  narrativa  per  le  scuole  medie:  erano  molto  venduti.  Trattavano  temi  di  attualità  in  forma  di  satira,  con  un’ironia  apprezzata  da  docenti  e  alunni.  Ricevevo   diritti  d’autore  a  livelli  di  professionista,  e  a  prescindere  dai  soldi,  essere  trattati  da  professionisti  è  il  più grande  sogno  degli  scrittori.  Ma  questo  sogno  è  finito  col  fallimento  del  mio  editore,  Loffredo.

Utilizza la scrittura anche come mezzo per riflettere o per affrontare situazioni personali?

L’ho fatto una  volta. Il  libro “Preludio  alla  follia”  è  un’autobiografia camuffata  da  romanzo che descrive  i  problemi causati dalla mia sindrome  di  Asperger  e  anche  dalla  relazione pessima  che  avevo con mia madre ,la  quale  mi  voleva  “omologata”  a  ogni  costo. Quel libro è stato catartico, mia madre è stata perdonata.

Se dovesse immaginare il lettore ideale delle sue opere, come lo descriverebbe?

 Come una persona che ama il  cinema,  i  thriller,  i  colpi  di  scena  e  la  profondità  psicologica. Perché i  miei  libri sembrano sceneggiature,  anzi  molti  di  essi  sono  già  scritti  anche  sotto  quella  forma.

Oltre alla scrittura, quali altre passioni coltiva e in che modo influenzano le sue storie?

Amo il cinema da quando avevo sette anni  e  mio  padre mi lasciava  vedere la  TV dopo Carosello. Parlo degli  anni Sessanta,  e  ho assorbito tutti  i  film  degli  anni  Quaranta e Cinquanta  trasmessi  dalla  Rai a quell’epoca,  nonché  le  fiction  a  puntate   tratte da romanzi  celebri. Ovviamente  non  potevano  essere  argomenti  scabrosi, quindi avevo  il permesso di vederli. A quindici  anni,  dopo  aver  visto  un  capolavoro ed  essermi  disperata  perché  non  lo  avevo  scritto  io  (Duello  al  sole)  decisi  di  scrivere sceneggiature. E di comporre  anche  le  colonne  sonore dei  miei  film,  visto  che  ho  due  diplomi  del  conservatorio. Letteratura/musica/cinema,  per  me  sono  strettamente  collegate;  vi  ricordo  Wagner,  che  sosteneva  la  necessità  di  scrivere  sia  il  testo  che  la  musica  per  ottenere  coerenza  nell’opera. Solo  due  volte  ho  realizzato  il  sogno  di  vedere  un  film  scritto  da  me  e  corredato  dalla  mia  musica:  con  il  medio metraggio  “L’ora  della  fuga” (disponibile su  Youtube)  e  con  il  cortometraggio  “L’Erede” (vincitore  del  Premio  della  Critica  al  festival  del  cinema  di  Cefalù 2024),  anche  se  gli  arrangiamenti  che  altre  persone  hanno  fatto  sulle  mie  composizioni  non  mi  piacciono  tanto,  ma  tutto  non  si  può  avere.

C’è un messaggio, un pensiero o un augurio che desidera lasciare ai lettori che si avvicinano alle sue opere per la prima volta?

 Leggete  prima “La valle  dell’Eden”  di  Steinbeck, “La  fonte  meravigliosa”  di  Ayn  Rand,  “Papà  Goriot”  di  Balzac,  “Forte come  la  morte”  di  Maupassant.  Allenatevi  a  ricevere  pugni  nello  stomac