Politica

Pensioni: non ne parla più nessuno!

Il Paese attende da anni segnali concreti su una riforma previdenziale capace di superare davvero la legge Fornero, segnali che non arrivano da nessuna parte politica, nè sindacale, nè giornalistica, e di pensioni non ne parla più nessuno!

Nessun accenno alle promesse elettorali, nessuna misura per contrastare l’aumento dell’età pensionabile legato alla speranza di vita, nessuna prospettiva per i lavoratori che rischiano di restare intrappolati in un sistema sempre più rigido e ingiusto. Un silenzio che pesa e che rivela la mancanza di volontà politica di affrontare il nodo di un sistema ormai insostenibile: si va in pensione sempre più tardi e con assegni sempre più bassi!

Il tema delle pensioni, un tempo centrale nelle campagne elettorali e nel dibattito politico, è praticamente scomparso dall’agenda pubblica italiana.

Prima dell’arrivo dell’attuale governo a Palazzo Chigi, il superamento della Legge Fornero rappresentava una delle promesse più ripetute dal centrodestra, il cavallo di battaglia di Salvini e della Meloni, la riforma più attesa da una larga parte dell’elettorato. Le pensioni erano al centro del confronto politico, considerate uno dei principali banchi di prova della capacità della politica di dare risposte concrete ai cittadini.

Oggi, invece, di pensioni non se ne parla più e quel dibattito si è dissolto nel nulla.

Nel frattempo, l’età pensionabile continua ad aumentare, seguendo una traiettoria che molti lavoratori percepiscono come sempre più distante dalla realtà del mercato del lavoro e dalle effettive condizioni fisiche e di salute di chi dovrebbe restare occupato fino ad età sempre più avanzate. Per chi ha trascorso una vita lavorando, per chi ha avuto carriere discontinue o per chi deve convivere con problemi di salute, la prospettiva di lavorare sempre più a lungo e con stipendi sempre più magri, non appare come una scelta o un’opportunità, ma come una necessità imposta dalle regole del sistema.

Ancora più preoccupante è il silenzio che accompagna questo processo. Non si registrano grandi mobilitazioni, non si assiste a un confronto approfondito sui principali mezzi di informazione e non emergono proposte organiche di riforma. È come se il problema fosse stato archiviato, come se bastasse smettere di parlarne per farlo scomparire.

Eppure, la questione previdenziale continua a rappresentare uno dei nodi più delicati per il futuro del Paese. L’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite, la riduzione della forza lavoro attiva, i salari stagnanti e la crescente precarietà occupazionale mettono sotto pressione l’intero sistema. Sempre meno lavoratori sono chiamati a sostenere un numero crescente di pensionati, mentre milioni di giovani alternano contratti precari, collaborazioni occasionali, partite IVA fragili e periodi di inattività che inevitabilmente si tradurranno in assegni pensionistici più bassi.

Il passaggio al sistema contributivo ha introdotto un principio formalmente equo – ricevere in proporzione a quanto versato – ma rischia di produrre pensioni insufficienti per chi ha avuto carriere discontinue o retribuzioni modeste. Senza adeguati correttivi, il pericolo è quello di costruire una generazione di futuri anziani poveri, costretti a vivere con assegni incapaci di garantire una vecchiaia serena e dignitosa.

 In questo contesto, la politica ha rinunciato a mettere mano in modo strutturale alle riforme introdotte negli anni dalle leggi Dini e Fornero. Anzi, l’attuale governo, che quando era all’opposizione prometteva di superare la Fornero, oggi ne applica pienamente l’impianto, attuando l’innalzamento dell’età pensionabile fino a 67 anni e 6 mesi e lasciando intravedere la possibilità di ulteriori aumenti in futuro. Una prospettiva che appare ancora più concreta se si considera che in alcuni settori, come quello sanitario, i medici ospedalieri possono già prolungare volontariamente l’attività fino a 72 anni.

Ma quando un Paese smette di discutere delle pensioni, in realtà smette di interrogarsi sul proprio futuro. Le pensioni non sono soltanto una questione di conti pubblici: rappresentano il patto di fiducia tra generazioni, tra lavoratori e Stato, tra il sacrificio di una vita e il diritto a una vecchiaia dignitosa.

Se quel patto si indebolisce, si indebolisce anche la coesione sociale. Per questo il tema delle pensioni dovrebbe tornare al centro del dibattito pubblico, senza slogan e senza promesse irrealizzabili, ma con la consapevolezza che garantire una vecchiaia dignitosa non è un privilegio riservato a pochi, bensì un diritto che dovrebbe essere assicurato a tutti.

 La sensazione diffusa, invece, è che la politica preferisca affrontare il problema agendo quasi esclusivamente sull’allungamento della vita lavorativa, spostando sempre più avanti il traguardo della pensione confidando, cinicamente, che in pochi arrivino a tagliarlo da vivi!

Una strategia che può contribuire a contenere la spesa nel breve periodo, ma che non risolve le fragilità strutturali del sistema e rischia di alimentare un crescente senso di sfiducia tra i cittadini, soprattutto tra coloro che temono di dover lavorare sempre più a lungo per ricevere, un domani, se e come ci arriveranno, una pensione sempre più modesta.

L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni e 6 mesi. 

L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.

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Autore Freeskipper Italia
Categoria Politica
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