Trump incita le proteste in Iran e minaccia il regime degli ayatollah: cresce la tensione internazionale
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esortato apertamente gli iraniani a continuare le proteste contro il regime clericale, promettendo un aiuto imminente senza però fornire dettagli concreti in proposito.
In un messaggio pubblicato martedì sul suo social Truth, Trump ha invitato i manifestanti a “prendere il controllo delle istituzioni”, annunciando al contempo la cancellazione di ogni contatto con funzionari iraniani finché non cesserà quella che ha definito l’“uccisione insensata” dei dimostranti.
Le proteste, innescate da una crisi economica sempre più grave, rappresentano la sfida interna più seria per la leadership iraniana da almeno tre anni. Il contesto è ulteriormente aggravato dall’aumento delle pressioni internazionali dopo i raid militari condotti lo scorso anno da Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani.
Per la prima volta dall’inizio della repressione, un funzionario iraniano ha ammesso un bilancio drammatico: circa 2.000 morti in due settimane di manifestazioni a livello nazionale. In dichiarazioni all’agenzia Reuters, la fonte – rimasta anonima – ha attribuito le vittime a presunti “terroristi”, senza però distinguere tra civili e membri delle forze di sicurezza.
Invece secondo una fonte dell'opposizione, Iran International (che ha sede a Londra), “sulla base dei dati disponibili e di un confronto delle informazioni ottenute da fonti affidabili, tra cui il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e l’ufficio del Presidente, la stima iniziale delle istituzioni di sicurezza della Repubblica islamica è che almeno 12.000 persone siano state uccise in questo massacro nazionale”.
Sul piano economico, Trump ha annunciato l’introduzione di dazi del 25% su tutte le importazioni provenienti da Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran, uno dei principali esportatori di petrolio. Il presidente statunitense ha inoltre ribadito che ulteriori azioni militari restano sul tavolo, affermando che Washington è “pronta a colpire”.
Teheran non ha ancora risposto ufficialmente alla misura, ma la reazione internazionale è stata immediata. La Cina ha criticato duramente l’iniziativa americana, avvertendo che le guerre tariffarie non producono vincitori. Pechino è il principale acquirente del petrolio iraniano, seguita da Paesi come Turchia, Iraq, Emirati Arabi Uniti e India.
Anche la Russia è intervenuta, condannando quella che ha definito una “interferenza esterna sovversiva” negli affari interni iraniani. Il ministero degli Esteri russo ha definito “categoricamente inaccettabili” le minacce statunitensi di nuovi attacchi militari, avvertendo che un’ulteriore escalation avrebbe conseguenze disastrose per il Medio Oriente e per la sicurezza globale.
Nonostante l’intensità delle proteste e la fragilità economica del Paese, al momento non emergono segnali di spaccature all’interno dell’apparato di sicurezza iraniano tali da far presagire un crollo imminente del sistema instaurato con la Rivoluzione islamica del 1979.
A rompere il fronte della cautela è stato però il cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui il regime iraniano sarebbe vicino alla fine. “Stiamo assistendo agli ultimi giorni o settimane di questo governo”, ha dichiarato, sostenendo che un potere costretto a reggersi sulla violenza è già politicamente esaurito. Merz non ha tuttavia chiarito se le sue valutazioni si basino o meno su informazioni di intelligence.
La replica di Teheran non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha respinto le affermazioni del cancelliere tedesco, accusando Berlino di doppi standard e sostenendo che tali dichiarazioni hanno “annientato ogni residua credibilità” della Germania.
Nel frattempo, l’Iran resta al centro di un’incertezza crescente: una crisi interna sanguinosa, pressioni economiche senza precedenti e un confronto sempre più diretto con le grandi potenze rischiano di trasformare le proteste in un punto di svolta regionale. Se, quando e come questo avverrà, resta però tutt’altro che chiaro.