"... occorre evidenziare che la struttura del nuovo obiettivo NATO del 5 per cento, da raggiungere entro il 2035, si articola in due target: nella misura del 3,5 per cento del PIL relativa alla "hard defence" e nella misura dell'1,5 per cento per cento del PIL annuo per resilienza e tecnologie dual use finalizzate a proteggere le infrastrutture critiche, difendere le reti, garantire la preparazione e la resilienza civile, innovare e rafforzare la base industriale della difesa; per tale motivo, un impegno di tale portata non può essere affrontato con improvvisazione, né sulla base di logiche emergenziali, potendo, al contrario, tale obiettivo diventare un'opportunità per modernizzare le infrastrutture critiche del Paese, per rafforzare il settore industriale, per investire in tecnologie, con ricadute civili importanti; ...impegna il Governo:... 8) a mantenere un impegno realistico e credibile in ambito NATO, confermando il raggiungimento del 2 per cento del PIL per la spesa per la difesa e promuovendo una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5 per cento) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici; a tal fine, a valutare l'istituzione di una cabina di regia interministeriale energia-difesa-esteri-infrastrutture, con funzioni di coordinamento strategico e monitoraggio dell'attuazione degli obiettivi, che predisponga un piano integrato nazionale di sicurezza energetica e infrastrutturale, che integri sicurezza energetica, cyber resilienza, protezione fisica delle infrastrutture critiche, scenari di rischio e stress test periodici."

Così è scritto nella mozione 1-00188 del 19 maggio 2026 presentata al Senato a firma dei capigruppo dei partiti di maggioranza (CRAXI, MALAN, ROMEO, BIANCOFIORE, PAROLI, PETRUCCI, GARAVAGLIA).

Per mesi Meloni e i partiti che la sostengono hanno parlato di riarmo come se fosse una missione divina. Ogni vertice NATO veniva raccontato come una prova di fedeltà atlantica, ogni aumento delle spese militari come un dovere morale, quasi patriottico. Guai a sollevare dubbi: chiunque osasse chiedere dove trovare le decine di miliardi necessari veniva trattato come un sabotatore dell’Occidente, un ingenuo pacifista o peggio ancora un nemico della sicurezza. E invece, sorpresa delle sorprese, proprio la maggioranza che fino a ieri prometteva obbedienza assoluta agli obiettivi imposti dall’Alleanza Atlantica adesso comincia a frenare. Molto lentamente, molto cautamente, ma frena.

Nella mozione 1-00188, presentata oggi al Senato dai capigruppo della maggioranza, compare infatti un passaggio che cambia radicalmente il tono della propaganda degli ultimi mesi. Dopo aver ricordato che il nuovo obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035 è diviso tra “hard defence” e investimenti in resilienza, infrastrutture critiche e tecnologie dual use, il documento arriva al punto politicamente esplosivo: il Governo viene impegnato a “promuovere una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5 per cento) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali”.

Tradotto dal burocratese: il 5% del PIL per la difesa non è più un dogma intoccabile. E detta ancor più brutalmente: qualcuno nella maggioranza si è finalmente accorto che promettere montagne di miliardi a Washington mentre il Paese arranca tra sanità in difficoltà, salari stagnanti, industria in crisi energetica e servizi pubblici sotto pressione rischia di trasformarsi in un suicidio politico.

La scena è quasi comica. Fino a ieri il mantra era: “gli impegni internazionali si rispettano”. Oggi invece gli stessi partiti che accusavano chi criticava il riarmo di irresponsabilità improvvisamente scoprono il concetto di “sostenibilità dei conti pubblici”. Una folgorazione tardiva, ma sempre meglio di niente. Del resto i numeri sono impietosi: portare davvero la spesa complessiva al 5% del PIL significherebbe spostare verso difesa e sicurezza cifre gigantesche, con conseguenze inevitabili sul resto della spesa pubblica. E il problema è che la realtà, a differenza degli slogan, presenta sempre il conto.

Nel testo della mozione si cerca allora di rendere più digeribile l’operazione. Si parla di resilienza civile, cyber sicurezza, protezione delle infrastrutture energetiche, tecnologie dual use, innovazione industriale. In pratica si prova a dire ai cittadini: “Non sono spese militari, sono investimenti strategici”. Una specie di maquillage semantico dove i carri armati diventano sviluppo tecnologico, le spese NATO diventano modernizzazione infrastrutturale e il riarmo si trasforma magicamente in politica industriale.

Naturalmente non manca il classico esercizio di equilibrismo politico. Da una parte la maggioranza ribadisce l’impegno a raggiungere il 2% del PIL per la difesa, così da non irritare troppo la NATO e soprattutto Donald Trump, che continua a pretendere dagli alleati europei aumenti sempre più pesanti delle spese militari. Dall’altra però si apre esplicitamente alla revisione del famoso 5%, segno evidente che dentro il centrodestra qualcuno teme l’effetto boomerang di promesse fatte troppo in fretta.

E qui emerge il vero nodo politico. Perché il problema non è soltanto economico, ma anche di credibilità. La premier Giorgia Meloni negli ultimi anni ha costruito gran parte della propria immagine internazionale sulla totale affidabilità verso NATO, Commissione europea e partner occidentali. Però ogni volta che gli impegni presi all’estero iniziano a produrre conseguenze concrete all’interno, scatta puntualmente la retromarcia. È successo con alcune rigidità europee, sta succedendo adesso sulle spese militari.

La sensazione è quella di un governo che prima firma, poi promette, poi celebra gli accordi internazionali… e infine scopre che esiste anche un’opinione pubblica da convincere. Un copione già visto. E infatti le opposizioni parlano apertamente di marcia indietro. Secondo i critici dell’aumento delle spese militari, questa mozione rappresenta la prova che il castello propagandistico costruito attorno al 5% sta iniziando a scricchiolare.

Ma c’è anche un altro elemento che rende tutta la vicenda paradossale. Nella stessa mozione si propone addirittura una “cabina di regia interministeriale energia-difesa-esteri-infrastrutture” per coordinare sicurezza energetica, resilienza cyber e protezione delle infrastrutture critiche. Una struttura che sembra uscita da un romanzo tecnocratico europeo: tavoli strategici, monitoraggi, stress test periodici, integrazione delle minacce ibride. Manca solo il nome in inglese e poi il bingo burocratico è completo.

Resta però il sospetto che dietro il lessico sofisticato si nasconda un problema molto semplice: i soldi non ci sono. O meglio, ci sarebbero soltanto tagliando altrove o aumentando ulteriormente il debito. E a quel punto diventa difficile spiegare ai cittadini perché servano decine di miliardi aggiuntivi per rispettare obiettivi fissati in sede NATO mentre ospedali, scuole, trasporti e stipendi arrancano.

La metafora finale usata dai critici della maggioranza è probabilmente la più efficace: “Quando spremi il tubetto e il dentifricio esce fuori, poi è impossibile rimetterlo dentro”. Ed è esattamente questo il rischio politico che oggi corre il governo. Per anni ha alimentato una narrativa muscolare, atlantista e militarista, salvo accorgersi all’ultimo momento che le conseguenze economiche rischiano di essere ingestibili. Adesso prova a rimettere il dentifricio nel tubetto. Ma il problema è che gli elettori, nel frattempo, hanno già visto tutto uscire fuori.