Il mito di Trieste e della sua provincia come “isola felice” è ormai superato: al suo posto emerge una realtà complessa e preoccupante. La città della Bora e del caffè, a lungo ritenuta immune alle dinamiche mafiose tradizionali, è oggi un nodo strategico per le mafie moderne: realtà silenziose, imprenditoriali e adeguatamente infiltrate nel tessuto economico e finanziario.
La posizione geografica di Trieste — cerniera tra l’Europa occidentale, i Balcani e l’Europa centrale — ne determina il ruolo ambito. Il porto, primo scalo italiano per volumi di merci e principale terminal petrolifero del Mediterraneo, attira l’interesse dei clan mafiosi per il controllo della logistica e delle rotte di traffico (droga, armi, rifiuti). Trieste è il terminale naturale della “rotta balcanica”: oltre ai flussi migratori, transitano qui carichi riconducibili al narcotraffico gestito in cooperazione tra clan locali e gruppi criminali albanesi e serbo-montenegrini.
Le relazioni semestrali della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) confermano che la presenza mafiosa a Trieste raramente si manifesta con il controllo “militare” del territorio (estorsioni plateali o scontri armati). Predomina invece il cosiddetto metodo silente: le organizzazioni s’infiltrano attraverso attività economiche legittime e forme di riciclaggio. La ’ndrangheta concentra le sue attività di ripulitura del denaro sporco e nel reinvestimento dei capitali illeciti, nel narcotraffico internazionale e in imprese di copertura. La camorra ha attentamente penetrato il settore turistico-alberghiero, della ristorazione e della gestione dei rifiuti, sia ordinari sia pericolosi. Cosa Nostra è attiva negli investimenti immobiliari e negli appalti pubblici.
Accanto alle mafie storiche italiane, gruppi stranieri a Trieste operano con profili più operativi e una marcata specializzazione territoriale. I clan albanesi sono oggi partner privilegiati della ’ndrangheta e gestiscono parte dei flussi di cocaina diretti al mercato locale e al vicino Veneto. Le triadi cinesi sono coinvolte nel traffico di esseri umani, nella contraffazione e nel riciclaggio; sfruttano i flussi migratori illegali approfittando della porosità dei confini giuliani. Le mafie serbo-montenegrine agiscono da broker logistici: grazie alla conoscenza del territorio e ai legami con i porti dell’Adriatico orientale (Capodistria, Bar), facilitano il transito di armi, sigarette di contrabbando e carichi di eroina provenienti dalla Turchia.
Nel territorio triestino le organizzazioni mafiose si muovono prevalentemente come “mafie dei colletti bianchi”: evitano il conflitto aperto e preferiscono il profitto “pulito”. L’infiltrazione interessa profondamente logistica e trasporti. Diverse società di autotrasporto e facchinaggio sono finite sotto indagine per sospetta contiguità con la ’ndrangheta, utilizzate per schermare il traffico di cocaina dal Sud America. I grandi progetti di riqualificazione urbana e gli appalti connessi, come il Porto Vecchio, rappresentano opportunità economiche sfruttabili: le infiltrazioni avvengono spesso tramite subappalti a cascata in cui imprese con sede legale altrove — spesso prestanome — s’inseriscono nei cantieri. Ristorazione e terziario restano canali rapidi per riciclare capitali illeciti; l’acquisizione di bar, ristoranti e hotel nel centro città consente di immettere denaro sporco nell’economia legale, alterando la concorrenza leale (chi ricicla può sostenere prezzi inferiori o perdite temporanee che potrebbero far fallire imprenditori onesti).
Trieste è divenuta anche uno snodo cruciale per l’importazione di stupefacenti. Operazioni rilevanti della Guardia di Finanza hanno portato al sequestro di tonnellate di cocaina — emblematico il caso dei 4.300 kg sequestrati nel 2022 — a dimostrazione che i broker delle grandi organizzazioni criminali utilizzano lo scalo giuliano per diversificare le rotte rispetto a porti storici come Gioia Tauro o Genova, ritenuti eccessivamente monitorati. Il porto non è più solo un punto di transito, ma un terminale in cui le mafie testano la tenuta dei controlli doganali. La tecnica preferita è il “rip-off” (gancho ciego): la droga è occultata in container di ditte ignare e in seguito recuperata da complici una volta giunta in porto.
Particolarmente preoccupante è il nuovo asse Sudamerica–Trieste. Nel luglio 2025 un’operazione coordinata dalla DDA ha condotto al sequestro di 100 kg di cocaina purissima nascosti in un container di caffè proveniente dal Perù. L’indagine ha rivelato una rete che collegava il porto giuliano ai cartelli peruviani, con la complicità d’intermediari calabresi.
La consapevolezza sociale e istituzionale, tuttavia, è in crescita. Prefettura e autorità portuale hanno rafforzato i protocolli di monitoraggio dei flussi di manodopera e dei movimenti finanziari; si è intensificato l’uso di provvedimenti che impediscono ad aziende sospette di contrattare con la pubblica amministrazione. Le associazioni antimafia sono attive sul territorio nel sensibilizzare la cittadinanza, sottolineando che la mafia non è un problema “del Sud” ma una minaccia per qualsiasi economia in movimento. La vera sfida per Trieste non è respingere una qualche invasione militare, ma impedire che il dinamismo economico locale diventi la lavatrice dei capitali sporchi d’Europa: la mafia a Trieste non spara, ma investe, sorride e s’insedia nei consigli di amministrazione.
Vincenzo Musacchio è docente di strategie di contrasto
alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark (USA).


