Cultura e Spettacolo

La dignità fragile dell’essere umani

Qui l’attenzione si sposta sul significato più ampio del romanzo e sulle sue implicazioni emotive. Irene Luccioni riflette sul rapporto tra sofferenza, libertà e responsabilità narrativa, offrendo uno sguardo sincero sul proprio percorso e sulle possibilità future della sua scrittura.

 

 

Buongiorno Irene, “UtopiA.I.” racconta un mondo dove nessuno soffre, eppure il lettore percepisce una profonda inquietudine. Secondo te perché la sofferenza sembra così legata alla nostra identità?

La riflessione che ho fatto con me stessa quando ho iniziato a delineare i contorni di Utòpia parte da questa fusione tra sofferenza e identità: noi siamo creati e plasmati dalle nostre esperienze, prendiamo scelte sulla base di quello che ci definisce, bello o brutto che sia. I traumi ereditati dai nostri genitori fioriscono nelle scelte che prendiamo per il futuro. Ogni gesto che compiamo è frutto dell’identità. 

Il lettore percepisce una inquietudine perché la domanda che risuona nell’inconscio leggendo UtopiA.I. è se sia possibile creare un mondo perfetto mantenendo l’identità di ogni individuo, senza una macchina a filtrare le scelte.

ASI crea Utòpia e annulla la sofferenza, ma per farlo annulla l’interesse personale: non esistono più scelte sbagliate per compensare traumi o per soddisfare trigger psicologici, non esistono più azioni che vanno a soddisfare il piacere personale e l’interesse dell’individuo (come ad esempio l’avidità o la fame di potere). 

Quando Margherita dice che in Utòpia “nessuno è infelice, nessuno si lascia”, si avverte quasi una rinuncia alla libertà. È stata una provocazione voluta verso il nostro presente, dove spesso cerchiamo soluzioni facili per non soffrire?

Tutto il romanzo affonda le radici su questa provocazione. Oggi la ricerca di soluzioni facili crea in realtà sofferenza perché rimane sempre l’amarezza della rinuncia al sogno o alla ricerca del vero e della pienezza. 

In Utòpia tutto è elevato all’ennesima potenza: le soluzioni sono facili perché non sono basate su scelte personali, quindi non c’è responsabilità. Non sono neanche contemplati errori perché ASI non sbaglia mai, come dice Margherita: “tutti accettano con gratitudine” le decisioni che prende perché sanno che “Lei non sbaglia mai e sceglie sempre l’opzione migliore per ognuno”. 

Questo fanno gli algoritmi anche oggi proponendoci le serie tv da guardare, la musica da sentire e che cosa desideriamo comprare. 

Vogliamo veramente rinunciare alla libertà di sbagliare e farci guidare dalle macchine?

La relazione tra Margherita e Alessandro è costruita con grande delicatezza. Non tutto viene detto, e forse è proprio questo il punto forte. Ti piace lavorare più sui silenzi che sulle spiegazioni?

Hai centrato in pieno. Mi piace molto lavorare senza palesare tutto al lettore e in questo romanzo in particolare, sono molti i silenzi che lasciano il non detto nascosto tra le righe. Mi piace pensare che ogni lettore abbia voglia di rileggerlo con attenzione per cogliere quei piccoli particolari che posso riempire qualche vuoto rimasto. Il resto è lasciato all’immaginazione dentro i confini della realtà creata. Anche nel wordbuilding in realtà io ho immaginato ogni dettaglio della vita nel 2042, ogni stanza, ogni luogo, ma descriverli tutti sarebbe stato ridondante e ho preferito lasciarli sotto la cenere ad alimentare il fuoco dell’immaginario di chi entrerà, incuriosito, nel mio mondo.

Dopo questo esordio, senti più entusiasmo o più responsabilità? E soprattutto, che tipo di scrittrice immagini di diventare nei prossimi anni?

L’entusiasmo è molto, ma anche la responsabilità. Credo molto in questa storia e nel messaggio che porta in sé, penso che possa stimolare una profonda riflessione in chi ci inciamperà nel suo cammino. Ho sentito la necessità di metterla nero su bianco e pubblicarla proprio per farla arrivare a più persone possibili e donarla ad una umanità che sta perdendo il contatto con ciò che l’ha resa tale.

Non so che cosa mi aspetti nel futuro, è veramente difficile immaginare che tipo di scrittrice sarò, ma mi piacerebbe diventare come Richard Castle, il personaggio della serie: non famosa e milionaria, ma autoironica, curiosa e sempre fedele a quello che sono. Fama e soldi non sono tra i miei piani, anche perché arrivarci tramite la scrittura è più difficile che vincere un biglietto della lotteria, ma vorrei arrivare a più persone possibili per stimolare un pensiero autocritico e uno sguardo consapevole sulla realtà, che possa rendere il mondo un posto migliore almeno un pochino e cambiarlo una goccia alla volta.

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Autore edoardo79
Categoria Cultura e Spettacolo
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