Piccole Storie
Oggi mi sono svegliata come con i postumi di una sbornia.
Sono all’inizio di una pausa di quattro giorni, dopo aver lavorato sei turni negli ultimi otto.
Ho trascinato il mio corpo giù per le scale e ho iniziato a sistemare casa, come faccio sempre nei miei giorni liberi.
Poi mi sono vista allo specchio: il volto segnato da una stanchezza che non si può mascherare, i capelli in disordine.
Il primo pensiero è stato: “Meno male che oggi non vedranno i miei pazienti questa versione sfinita di me.”
Chi non fa questo lavoro mi dice spesso: “Beata te, lavori solo tre giorni a settimana!”
Solo tre? Solo?
La mia sveglia suona alle 4:30, percorro un’ora di strada e poi inizia il mio turno: dodici ore previste, che quasi sempre diventano tredici o più. Quando finalmente timbro l’uscita e torno a casa, sono le otto di sera. Mi tolgo la divisa, crollo sul divano, racconto a mio marito la giornata, accarezzo i miei gatti e mi addormento. Poi suona di nuovo la sveglia.
Quelle 36 ore settimanali racchiudono molto più di quanto si immagini:
non solo cure e farmaci, ma anche comunicazioni costanti con medici, farmacisti, fisioterapisti, operatori socio-sanitari, psicologi, famiglie.
Sono la coordinatrice invisibile della vita dei miei pazienti. Sono la loro voce. La loro forza.
Il mio lavoro è duro. Un attimo di distrazione può costare una vita.
Devo pensare, valutare, decidere senza tregua.
E non sempre basta.
C’è chi si lamenta se ho impiegato troppo a rispondere a un campanello, ignaro che in quel momento stavo gestendo un farmaco che teneva in vita un’altra persona. C’è chi mi dice che sembro troppo giovane per essere davvero un’infermiera. C’è chi mi giudica fragile, senza sapere quanto peso posso reggere.
Sono stata presente quando un paziente ha pronunciato le sue ultime parole prima di essere intubato e non risvegliarsi mai più.
Ho tenuto la mano a chi smetteva di lottare, mentre la famiglia piangeva in silenzio.
Ho visto i volti spezzati dall’annuncio di un tumore terminale.
Ho pianto in macchina, tornando a casa, con il cuore a pezzi.
Ma poi mi ricompongo, perché so che il giorno dopo dovrò tornare e dare ancora tutto.
Eppure, in mezzo a tanta fatica, c’è la bellezza.
Ho visto pazienti risvegliarsi dal ventilatore e scrivere con mani tremanti: “Vi voglio bene.”
Ho comprato un lucidalabbra per un’anziana che non poteva fare a meno di sentirsi in ordine, e il suo sorriso è stato un regalo.
Ho visto persone tornare a camminare fuori dalla porta dell’ospedale, quando erano arrivate senza speranza.
Ho ricevuto abbracci e grazie sussurrati come preghiere.
Fare l’infermiera è fatica, è stress, è esaurimento.
Ma è anche vita, rinascita, orgoglio.
Sono i miei colleghi, che diventano famiglia e sanno esattamente cosa significa portarsi a casa le cicatrici invisibili di una giornata in reparto.
Quindi, la prossima volta che pensi che tre turni siano pochi, ricorda che quelle 36 ore valgono come un’intera vita.
E se incontri un’infermiera, non dimenticare di dirle grazie.
Perché se fosse facile, lo farebbero tutti.
Piccole Storie.