Economia

La crisi in Medio Oriente fa salire il prezzo del petrolio e di conseguenza aumenta ‘tutto’!

L’Italia è un Paese povero di materie prime. Non possediamo grandi giacimenti di gas né di petrolio, e questa è una realtà geologica prima ancora che politica. Ma ciò che è mancato davvero, nel corso dei decenni, non è stato soltanto il petrolio sotto i nostri piedi: è stata una strategia energetica. È mancata una visione energetica coerente, stabile, lungimirante, capace di mettere al riparo famiglie e imprese dagli scossoni dei mercati internazionali.

E così oggi, ancora una volta, paghiamo il prezzo di una fragilità strutturale che viene da lontano.

La crisi in Medio Oriente, con l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, ha riacceso la tensione sui mercati petroliferi. Il barile è tornato a salire e con esso i listini alla pompa. Marzo si apre con un aumento, per ora contenuto ma potenzialmente destinato a crescere: la benzina self service è a 1,673 euro al litro, il diesel a 1,728; nel servito si toccano 1,813 euro per la benzina e 1,865 per il gasolio. Numeri che, tradotti nella vita quotidiana, significano meno margine per le famiglie, maggiori costi per i trasportatori, ulteriori pressioni per le imprese.

Una parte dell’aumento è legata alla congiuntura internazionale. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del greggio mondiale, è un nodo strategico. Non è formalmente bloccato, ma diverse compagnie hanno sospeso il passaggio delle petroliere per timore di un’escalation. Basta questo clima di incertezza per far impennare le quotazioni, perché il mercato energetico vive di aspettative prima ancora che di carenze effettive. Gli analisti di Société Générale ipotizzano un picco di breve durata seguito da una parziale discesa. Ma nel frattempo chi deve fare il pieno paga, senza sconti.

C’è poi una componente tutta interna. Dal 1° gennaio 2026 il Governo ha ritoccato le accise, determinando lo storico sorpasso del diesel sulla benzina. Una scelta fiscale che nulla ha a che fare con la crisi iraniana e che incide direttamente sulle tasche degli italiani. Quando un Paese dipende quasi totalmente dalle importazioni, ogni centesimo di tassa diventa un moltiplicatore di vulnerabilità.

Ma il nodo vero non è l’emergenza di oggi. È l’assenza di un progetto ieri. E l’inerzia che, governo dopo governo, ha caratterizzato la politica energetica italiana dal dopoguerra a oggi.

Dagli anni della ricostruzione in poi, nessun esecutivo ha mai avuto il coraggio o la continuità necessaria per costruire un piano energetico nazionale solido e condiviso. Si è navigato a vista, confidando nella stabilità dei mercati o nella protezione degli alleati. Si è investito quando l’urgenza era evidente, per poi rallentare appena la pressione si allentava. Ogni crisi – dagli shock petroliferi degli anni Settanta fino alle tensioni più recenti – ha acceso per qualche mese il dibattito. Poi tutto è tornato nell’ombra.

Sul nucleare l’Italia ha vissuto decenni di oscillazioni: entusiasmo, referendum, abbandoni, timide riaperture, nuove retromarce. Sulle rinnovabili si è proceduto a scatti, con incentivi generosi ma senza accompagnarli con un piano strutturale su reti, accumuli e modernizzazione del sistema. Il risultato è un mosaico incompleto: abbiamo fonti alternative in crescita, ma non un’infrastruttura capace di renderle pienamente affidabili e competitive.

Nel frattempo altri Paesi europei, pur privi di grandi risorse naturali, hanno fatto scelte più nette. Hanno puntato con decisione sul nucleare, oppure hanno costruito un mix energetico equilibrato con forti investimenti in eolico e solare, rafforzando le reti e stipulando contratti di approvvigionamento di lungo periodo. Hanno deciso una rotta e l’hanno seguita nel tempo, al di là dei colori politici.

In Italia, invece, ogni cambio di maggioranza ha significato un cambio di impostazione, quando non una paralisi. La politica energetica è rimasta prigioniera del consenso immediato, delle paure elettorali, dei veti incrociati. Nessuno ha voluto pagare il prezzo di scelte strutturali i cui benefici si sarebbero visti nel lungo periodo. Così il lungo periodo non è mai arrivato.

E oggi basta un “soffio di vento” sui mercati internazionali per trasformarsi in una burrasca domestica. Aumentano i costi dei trasporti, del riscaldamento, dell’energia elettrica e, di conseguenza, tutto il resto. Cresce l’inflazione, si comprimono i consumi, si riduce la competitività delle imprese. Ogni crisi esterna diventa un problema interno amplificato.

Non è una questione ideologica tra nucleare e rinnovabili. È una questione di responsabilità e di visione. Un piano energetico nazionale serio dovrebbe combinare sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità ambientale e stabilità dei prezzi. Dovrebbe prevedere investimenti massicci in rinnovabili, sistemi di accumulo e reti intelligenti, ma anche una riflessione pragmatica sul nucleare di nuova generazione. Dovrebbe ridurre progressivamente la dipendenza dal petrolio nei trasporti, incentivando l’elettrico e la mobilità alternativa.

L’energia non è una voce qualsiasi del bilancio: è la spina dorsale dell’economia e della sovranità di un Paese. Finché continueremo a comprare a caro prezzo ciò che non produciamo e a tassare pesantemente ciò che importiamo, resteremo esposti e vulnerabili.

La crisi di oggi è solo l’ultimo campanello d’allarme di una lunga serie. Non il primo, probabilmente non l’ultimo. La vera domanda è se questa volta sapremo interrompere la tradizione dell’attesa e dell’inerzia. Se, dopo ottant’anni di rinvii, avremo finalmente il coraggio di scegliere una rotta e mantenerla.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Economia
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