L'inflazione torna a salire e racconta, senza troppi giri di parole, una storia che il governo continua a minimizzare. A febbraio 2026 i prezzi al consumo crescono dell'1,5% su base annua, in netto aumento rispetto all'1,0% di gennaio. Non è un'esplosione, ma è un segnale chiaro: la pressione sui bilanci delle famiglie non sta affatto sparendo. E soprattutto, cambia la natura dell'inflazione. Peggiora.

Il dato più significativo è proprio questo: non sono più (solo) energia e shock esterni a muovere i prezzi. A trainare l'aumento sono i servizi, cioè la parte più “interna” dell'economia. I servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona schizzano al +4,9%, quelli legati ai trasporti al +2,9%. Anche gli alimentari non lavorati accelerano al +3,7%. Tradotto: uscire, spostarsi, fare la spesa costa sempre di più.

E mentre il governo guidato da Giorgia Meloni continua a rivendicare il calo dei prezzi energetici come un successo, la realtà è che quell'effetto tampone sta coprendo problemi più profondi. Gli energetici calano (fino a -6,6% complessivo), sì, ma non per meriti strutturali della politica economica. E soprattutto non basta più a compensare il resto.

Il punto è proprio qui: l'inflazione “di fondo” – quella che esclude energia e alimentari freschi – risale al +2,4%. Era al +1,7% appena un mese fa. Questo significa che il carovita si sta radicando nei settori più stabili e difficili da correggere. È un'inflazione più ostinata, meno legata agli shock e più legata alla dinamica interna dei prezzi.

Anche il cosiddetto “carrello della spesa” torna a salire (+2,0%). Non è un dettaglio tecnico: è quello che le famiglie percepiscono davvero. Pane, frutta, verdura, prodotti quotidiani. Qui non servono grafici: basta andare al supermercato.

C'è poi un altro segnale preoccupante che passa sotto traccia: il divario tra beni e servizi si allarga ancora. I beni restano in lieve calo (-0,2%), mentre i servizi accelerano al +3,6%. Il differenziale sale a +3,8 punti percentuali. È il segno di un'economia sbilanciata, dove ciò che è essenziale nella vita quotidiana – mobilità, tempo libero, servizi alla persona – diventa progressivamente più caro.

Il governo, però, insiste su una narrazione rassicurante: inflazione sotto controllo, quadro stabile, situazione migliorata rispetto al passato. Ma i numeri raccontano altro. Raccontano che la fiammata non è finita, si è solo trasformata. E che sta colpendo proprio dove fa più male: nei consumi quotidiani e nei servizi.

In altre parole, non siamo di fronte a un problema risolto, ma a un problema che cambia forma. E che, proprio per questo, rischia di essere sottovalutato.