I centri in Albania? NON FUNZIONERANNO... lo dice l'Europa!
Da simbolo della “linea dura” sui migranti a rebus diplomatico e giuridico: il progetto voluto da Meloni rischia di essere superato proprio dall’ingresso dell’Albania nell’Unione europea, mentre ministri italiani e albanesi sembrano scoprirlo in tempo reale!
C’è qualcosa di magnificamente surreale nella vicenda dei centri per migranti costruiti dal governo Meloni in Albania. Non solo per il costo, non solo per la quantità di decreti, correzioni, reinterpretazioni giuridiche e conferenze stampa necessarie a tenerli in piedi, ma per il fatto che l’intero progetto rischia di essere travolto proprio dal successo diplomatico che Roma dice di sostenere con più convinzione: l’ingresso di Tirana nell’Unione europea!
È una specie di cortocircuito politico degno della commedia all’italiana, con la differenza che qui il biglietto lo pagano i contribuenti.
Il caos si è acceso nel modo più semplice possibile: un ministro albanese che risponde a una domanda. Ferit Hoxha, parlando con Euractiv, ha detto ciò che probabilmente a Bruxelles pensano in molti e che a Palazzo Chigi fingono di non vedere: se l’Albania entrerà nell’Ue, l’accordo sui centri migranti potrebbe non avere più senso. Una frase lineare, quasi banale nella sua logica, ma sufficiente per mandare in fibrillazione la macchina propagandistica costruita attorno a Shengjin e Gjader.
Perché quei centri non sono semplicemente due strutture amministrative. Sono il monumento simbolico della narrazione meloniana sull’immigrazione: il messaggio muscolare rivolto all’elettorato, la promessa di “fermare gli sbarchi” spostando il problema fuori dai confini nazionali, l’idea di esportare la gestione dei migranti come se si trattasse di una delocalizzazione industriale. Il governo li ha raccontati come il laboratorio europeo del futuro. Il problema è che il futuro, a quanto pare, rischia di abolire il laboratorio.
La scena diventa quasi irresistibile se si osservano le reazioni successive. Antonio Tajani cade dalle nuvole e liquida tutto con un diplomaticissimo “il 2030 è lontano”, frase che in politica estera equivale grosso modo a dire: vedremo poi, magari nel frattempo cambia il mondo, il governo o la memoria collettiva.
Matteo Piantedosi, nello stesso momento, vola a Tirana per ribadire la solidità dell’intesa e promettere sostegno all’ingresso dell’Albania nell’Ue, cioè precisamente il processo che potrebbe rendere l’accordo giuridicamente assurdo. Una situazione in cui la mano destra sponsorizza ciò che rischia di smontare il progetto celebrato dalla mano sinistra.
E infatti, dopo qualche ora di comprensibile agitazione, arrivano le retromarce. Hoxha parla di “pensieri ad alta voce”, Edi Rama minimizza, corregge, rassicura, quasi accarezza il governo italiano spiegando che il protocollo “resterà per tutto il tempo che l’Italia vorrà”. Tradotto dal diplomatico corrente: calma, non facciamo saltare il giocattolo davanti alle telecamere. Ma il problema politico resta tutto lì, enorme e ingombrante.
Perché la verità è che il progetto albanese è nato come un’operazione essenzialmente propagandistica e da allora è stato costretto a cambiare pelle continuamente per sopravvivere agli ostacoli giuridici. Dovevano essere centri per procedure accelerate di frontiera. Poi i giudici hanno bloccato le convalide e allora sono diventati altro. Poi è arrivato il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo e l’esecutivo ha pensato di riportarli alla formula originaria. Poi sono emersi i dubbi sul fatto che un territorio albanese sotto giurisdizione italiana possa essere trasformato, con una specie di magia normativa, in “zona di frontiera”. Infine è spuntata l’ipotesi dei return hub europei, che però dovrebbero stare in paesi terzi, non dentro l’Unione. E qui entra in scena il dettaglio che nessuno sembra aver considerato seriamente: se l’Albania entra nell’Ue, l’Albania non è più un paese terzo.
È la politica contemporanea ridotta a rendering permanente: si inaugura prima il simbolo e solo dopo si verifica se il simbolo possa funzionare davvero. Intanto, però, i centri esistono, le strutture sono state costruite, i soldi spesi, le fotografie scattate. E se tra qualche anno l’accordo dovesse saltare, a Tirana resteranno edifici giganteschi e difficilmente riciclabili, monumenti fisici di una stagione politica ossessionata dalla necessità di produrre immagini forti più che soluzioni solide.
Nel frattempo, Fratelli d’Italia tenta la difesa più prevedibile: accusare le opposizioni di “strumentalizzazione”. Che è sempre un argomento affascinante, soprattutto quando a mettere in discussione il progetto non sono gli avversari politici ma la logica degli eventi, il diritto europeo e perfino le dichiarazioni dei partner coinvolti. Galeazzo Bignami prova a spiegare che l’accordo potrebbe semplicemente trasformarsi in un’intesa tra due paesi dell’Ue, come se fosse una formalità amministrativa e non un precedente giuridico gigantesco. Perché il punto vero è proprio questo: nessun paese europeo ha mai costruito centri simili in territorio di un altro Stato membro. Anche qui, dunque, il governo rivendica il primato. Non necessariamente quello giusto.
Alla fine resta una sensazione curiosa: il governo che prometteva pragmatismo e decisionismo appare spesso intrappolato dentro operazioni che sembrano progettate più per la potenza dell’annuncio che per la durata concreta delle soluzioni. E così il “modello Albania”, celebrato come svolta storica, rischia di trasformarsi nell’ennesimo caso italiano in cui la propaganda arriva velocissima mentre la realtà, con calma, presenta il conto.