Il governo punta a ridisegnare il Servizio sanitario nazionale. Sulla carta, la delega approvata in Consiglio dei ministri promette una trasformazione profonda: nuovi ospedali di eccellenza, rafforzamento dell’assistenza territoriale, più attenzione a cronici e non autosufficienti, revisione della medicina generale. Ma c’è un problema che torna puntuale: i conti, per le misure più rilevanti, non ci sono. O meglio, arriveranno dopo. Se arriveranno.

Il disegno di legge delega, collegato alla manovra 2025 e trasmesso al Senato il 3 marzo, non contiene norme operative. È una cornice che autorizza il governo a intervenire con decreti legislativi entro fine 2026. Quattordici criteri direttivi guideranno la riscrittura del sistema nato con la riforma del 1978 e modificato negli anni Novanta. Ma è proprio nella relazione tecnica allegata che emergono le criticità più pesanti.

Un sistema da ricucire
Il Servizio sanitario nazionale è oggi il risultato di stratificazioni successive: alla legge istitutiva si sono sovrapposti interventi spesso dettati da esigenze finanziarie più che da una visione organica. Il ddl prende atto di questa frammentazione e prova a rimettere ordine, soprattutto su due fronti: integrazione tra ospedale e territorio e aggiornamento degli standard assistenziali.

Tra le novità più rilevanti ci sono gli “ospedali di terzo livello”, centri di eccellenza con funzione nazionale e internazionale, e gli “ospedali elettivi”, strutture per acuti senza pronto soccorso. Prevista anche una revisione delle reti assistenziali, delle cure palliative, della salute mentale e della medicina di base.

Il nodo centrale: i costi rinviati
Il punto critico è uno: per le misure più ambiziose, i costi non sono quantificati. La relazione tecnica lo dice chiaramente in diversi passaggi: la stima degli oneri è “di difficile individuazione” e verrà fatta più avanti, nei decreti attuativi.

Non è un dettaglio. Significa che il Parlamento approva una riforma senza sapere quanto costerà davvero. Il meccanismo riguarda ambiti cruciali come le reti assistenziali, l’assistenza ai non autosufficienti e le cure palliative. Tutti settori delicati, tutti rinviati a un secondo momento.

La giustificazione è la complessità. Il risultato è un vuoto: si certifica che la procedura è formalmente corretta, ma non che la riforma sia sostenibile.

È previsto un meccanismo di salvaguardia: se i decreti attuativi comporteranno nuovi costi non coperti, potranno entrare in vigore solo dopo nuove leggi di finanziamento. Tradotto: le parti più importanti della riforma dipendono da risorse future, senza alcuna garanzia sui tempi.

Ospedali di eccellenza: idea forte, finanziamento incerto
Il simbolo della riforma sono gli ospedali di terzo livello. Strutture ad alta specializzazione, con ricerca avanzata e mobilità interregionale. Per il 2026 sono previsti 30 milioni di euro, destinati a una fase sperimentale.

E dopo? Nessuno lo sa. Dal 2027 in poi, la relazione tecnica ammette che i costi non sono determinabili. Troppi fattori in gioco: personale, tecnologie, organizzazione, distribuzione territoriale.

Inoltre, il perimetro dei possibili beneficiari è ampio: non solo strutture pubbliche, ma anche fondazioni ed enti religiosi. Un dettaglio che potrebbe avere un impatto finanziario tutt’altro che marginale.

La “neutralità” che non convince
Per altre misure, la relazione tecnica sostiene che non ci saranno costi aggiuntivi. Una tesi spesso ottimistica.

Ad esempio, la redistribuzione delle strutture complesse dovrebbe avvenire a saldo zero: più unità in un territorio, meno in un altro. Una logica teorica che nella realtà dei sistemi sanitari regionali difficilmente funzionerà senza attriti.

Stesso discorso per le buone pratiche cliniche e la bioetica: dichiarate sostenibili con risorse esistenti, senza considerare i costi di formazione, organizzazione e implementazione.

Salute mentale e carcere: obiettivi senza risorse
La riforma tocca anche ambiti critici come salute mentale, dipendenze e assistenza sanitaria in carcere. L’obiettivo è migliorare qualità e integrazione dei servizi.

Ma anche qui la relazione parla di “razionalizzazione” a costo zero. Una lettura difficile da sostenere in settori storicamente sottofinanziati, dove migliorare davvero significa investire.

Medici di base: il nodo ignorato
Il riordino della medicina generale è un altro punto chiave. Ufficialmente non comporta nuovi costi perché non introduce nuove voci retributive.

Ma c’è un aspetto ignorato: il rinnovo dei contratti. Rafforzare il ruolo dei medici senza riconoscimenti economici rischia di aprire tensioni sindacali inevitabili. Anche qui, il problema è semplicemente rimandato.

Una riforma che rischia di restare a metà
La Ragioneria dello Stato ha dato il via libera alla relazione tecnica. Ma questo significa solo che il meccanismo è formalmente corretto, non che la riforma sia sostenibile.

Il rischio è evidente: le parti più importanti potrebbero non vedere mai la luce, bloccate dalla mancanza di risorse. In quel caso, la riforma si ridurrebbe a interventi marginali: classificazione degli ospedali, qualche aggiustamento organizzativo, una sperimentazione limitata.

Molto lontano dall’obiettivo dichiarato: garantire davvero il diritto alla salute.

Il vero test arriverà con i decreti attuativi. È lì che le promesse dovranno fare i conti con la realtà. E con un sistema sanitario che, nonostante la reputazione internazionale, paga anni di sottofinanziamento e forti disuguaglianze territoriali.

Per ora, il Parlamento è chiamato ad approvare una cornice. I numeri, come già accaduto in altri casi, arriveranno dopo. Sempre che arrivino.