Le commissioni Difesa e Affari Sociali della Camera stanno esaminando in queste settimane uno schema di decreto legislativo destinato a cambiare radicalmente l’assetto della sanità militare italiana. Dal 1° gennaio 2027 dovrebbe nascere un Corpo unico che accorperà le strutture oggi separate di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, coinvolgendo circa 3.700 unità di personale.

L’obiettivo è lineare: superare la frammentazione, eliminare duplicazioni e costruire un sistema più efficiente e integrato, capace di operare sia nelle missioni all’estero sia sul territorio nazionale. Ma dietro questa impostazione, condivisa sul piano teorico, emergono criticità rilevanti. A metterle nero su bianco è il dossier dei Servizi del Bilancio di Senato e Camera, che solleva dubbi concreti sulla sostenibilità della riforma.

Il nuovo Servizio sanitario militare sarà posto sotto il Capo di Stato Maggiore della Difesa e guidato da un Comandante della sanità militare, figura nuova nominata con decreto del Presidente della Repubblica. Sotto questa struttura confluiranno tutte le professionalità sanitarie oggi distribuite tra le diverse Forze armate.

Le competenze saranno ampie: dalle attività tradizionali — supporto operativo, idoneità al servizio, medicina aerospaziale — fino a nuove funzioni. Tra queste, spiccano due innovazioni. La prima è l’apertura al Servizio sanitario nazionale, con la possibilità di accreditare strutture militari e attivare poliambulatori convenzionati anche per i cittadini. La seconda è l’introduzione della libera professione intramuraria per medici e psicologi militari.

Tutto questo, però, dovrebbe avvenire senza nuovi costi per lo Stato. Ed è proprio qui che iniziano i problemi.

Il decreto si regge su una clausola ripetuta più volte: nessun nuovo onere per la finanza pubblica. Una formula ormai abituale nei provvedimenti legislativi, ma che in questo caso appare particolarmente fragile.

I tecnici parlamentari sono espliciti: la relazione tecnica non contiene dati sufficienti a dimostrare che la riforma sia davvero a costo zero. Non basta affermarlo, servono numeri, stime, coperture dettagliate. Elementi che, nel testo, spesso mancano o restano vaghi.

A rendere ancora più evidente la sproporzione è il fondo previsto dalla legge di bilancio 2026: appena 2 milioni di euro l’anno. Una cifra difficilmente compatibile con una riorganizzazione che riguarda personale, strutture, sistemi informativi e percorsi di carriera.

Uno dei punti più delicati riguarda il personale sanitario dell’Arma dei Carabinieri. Circa 377 militari passeranno al nuovo Corpo unico perdendo alcune indennità legate allo status di forza di polizia, tra cui quella pensionabile.

La norma prevede una tutela: nessuno dovrà guadagnare meno di prima. Eventuali differenze saranno compensate con assegni personali riassorbibili. Ma qui emerge una lacuna significativa: non esiste alcuna stima del costo complessivo di queste compensazioni.

Il dossier parlamentare lo segnala chiaramente: senza una quantificazione, è impossibile valutare l’impatto reale della misura. E considerando che si tratta di effetti che si estendono anche sul piano previdenziale, il peso nel tempo potrebbe essere tutt’altro che marginale.

L’apertura delle strutture militari al Servizio sanitario nazionale è uno degli aspetti più promettenti della riforma. In un sistema pubblico in difficoltà, l’utilizzo di risorse già esistenti potrebbe rappresentare un supporto concreto, soprattutto nelle aree più scoperte.

Ma anche qui il problema è l’assenza di numeri. Non esiste una mappatura delle strutture disponibili, né una stima dei servizi che potrebbero essere erogati, né una valutazione dei costi delle eventuali convenzioni con le Asl.

Senza queste informazioni, la misura resta una possibilità teorica. E in assenza di una pianificazione economica, il rischio è che si trasformi in una fonte di spesa imprevista.

L’introduzione dell’attività libero-professionale per i sanitari militari rappresenta una novità assoluta per il comparto Difesa. Il modello ricalca quello del Servizio sanitario nazionale, con regole su tracciabilità, tempi di attesa e separazione tra attività pubblica e privata.

Sul piano normativo, il sistema appare ben costruito. Ma restano dubbi sulla sua applicabilità concreta. I tecnici parlamentari segnalano la mancanza di verifiche su spazi, sistemi informativi e capacità organizzativa delle strutture.

In sostanza, le regole ci sono, ma non è chiaro se esistano le condizioni materiali per farle funzionare senza ulteriori investimenti.

Transizione lunga: il nuovo sistema convive con il vecchio

Un ultimo elemento critico riguarda il periodo transitorio. Fino al 2033, le progressioni di carriera continueranno a seguire logiche separate per ciascun corpo di provenienza.

È una scelta comprensibile per evitare penalizzazioni al personale, ma produce un effetto evidente: il nuovo sistema unitario nascerà formalmente nel 2027, ma resterà di fatto incompleto per diversi anni.

La razionalizzazione, almeno sul piano delle carriere, sarà quindi rinviata.

L’unificazione della sanità militare è una riforma difficile da contestare nel principio. Ridurre la frammentazione e costruire un sistema più efficiente è un obiettivo coerente con le esigenze operative e con le difficoltà del sistema sanitario pubblico.

Ma una riforma di questa portata non può basarsi su ipotesi non dimostrate. Mancano stime sui costi reali, mancano dati sulle nuove funzioni, mancano verifiche sulla sostenibilità operativa.

Ora la palla passa al Parlamento. Prima del via libera definitivo, serviranno numeri chiari e risposte precise. Perché senza conti solidi, anche la riforma meglio disegnata rischia di restare, nei fatti, incompiuta.