L’Unione europea apre una nuova fase nella battaglia per la protezione dei minori nel mondo digitale. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il 13 luglio, ha annunciato l’avvio di un percorso legislativo destinato a cambiare il rapporto tra bambini, adolescenti e piattaforme digitali, dopo aver ricevuto il rapporto dello Special Panel on Child Safety Online, il gruppo di esperti incaricato di analizzare rischi e conseguenze dell’esposizione dei più giovani ai social network.
Il documento arriva al termine di mesi di lavoro dedicati a uno dei temi considerati dalla Commissione tra le principali sfide per i governi contemporanei: come garantire ai bambini un ambiente digitale sicuro, senza rinunciare alle opportunità offerte dalla tecnologia.
Nel presentare il rapporto, von der Leyen ha ringraziato il presidente del gruppo di lavoro, il dottor Melchior, il professor Fegert e tutti i componenti del panel, sottolineando come il documento rappresenti “l’evidenza che stavamo aspettando” per costruire nuove regole europee.
Il messaggio politico della presidente della Commissione è stato netto: “I social media non sono un giocattolo”. Secondo von der Leyen, il problema non riguarda soltanto l’accesso dei bambini agli strumenti digitali, ma il fatto che oggi molte piattaforme siano progettate attraverso sistemi algoritmici capaci di condizionare comportamenti, attenzione e abitudini degli utenti più giovani.
“Vogliamo un futuro online nel quale siano i genitori a crescere i propri figli, non gli algoritmi predatori”, ha dichiarato la presidente europea, indicando nella tutela dell’infanzia digitale una delle priorità della prossima fase politica.
Sei ore al giorno davanti agli schermi: l’allarme sui danni psicologici
Alla base della nuova iniziativa europea ci sono dati che, secondo la Commissione, mostrano una situazione ormai difficile da ignorare.
I giovani europei trascorrono oggi mediamente tra le quattro e le sei ore al giorno davanti agli schermi. Un tempo che, calcolato nell’arco della vita, può arrivare a equivalere a circa vent’anni trascorsi davanti a dispositivi digitali.
Parallelamente, quasi il 60% dei bambini più piccoli in Europa ha sperimentato problemi emotivi o psicosociali legati all’esperienza online.
Fenomeni come perdita del sonno, ansia, depressione, cyberbullismo, esposizione a contenuti dannosi e dipendenza dalle piattaforme sono diventati elementi sempre più presenti nella quotidianità di molte famiglie.
Secondo von der Leyen, il problema è aggravato dal fatto che questi processi coinvolgono bambini e adolescenti mentre il loro cervello è ancora in pieno sviluppo.
“Non possiamo aspettarci che i bambini riescano in un sistema che non è mai stato progettato pensando al loro benessere, proprio nel momento in cui sono più vulnerabili”, ha affermato la presidente della Commissione.
Il punto centrale dell’analisi europea è che molte piattaforme digitali sono state costruite intorno a meccanismi capaci di massimizzare il coinvolgimento degli utenti, spesso attraverso notifiche continue, suggerimenti personalizzati e sistemi di raccomandazione progettati per trattenere il più possibile l’attenzione.
Primo principio: le piattaforme devono dimostrare di non fare danni
Von der Leyen ha indicato tre direttrici principali sulle quali l’Unione europea intende intervenire.
La prima riguarda direttamente la responsabilità delle aziende tecnologiche. Secondo la presidente della Commissione, le piattaforme sono state “gli architetti” dei sistemi che oggi influenzano milioni di bambini e adolescenti e devono quindi dimostrare che i propri servizi non producono danni.
Il principio indicato dall’Europa è quello della sicurezza incorporata nella progettazione, il cosiddetto “safety by design”.
Von der Leyen ha utilizzato un paragone con il settore automobilistico: quando un’azienda costruisce un’automobile deve renderla sicura; non si può chiedere ai bambini di progettare le cinture di sicurezza né ai genitori di installare gli airbag. Lo stesso principio, secondo Bruxelles, deve valere per il digitale.
La Commissione richiama in particolare il Digital Services Act, il regolamento europeo che impone obblighi alle grandi piattaforme online.
Attraverso il DSA, l’Unione ha già avviato procedure contro alcune aziende accusate di utilizzare meccanismi potenzialmente dannosi per gli utenti più giovani, compresi sistemi di progettazione considerati eccessivamente coinvolgenti, i cosiddetti “dark pattern”, contenuti dannosi e contatti indesiderati.
La linea indicata dalla Commissione è chiara: le piattaforme devono avere un dovere di tutela verso gli utenti, soprattutto verso quelli più vulnerabili.
Quando un minore segnala un problema, ha spiegato von der Leyen, la risposta deve essere rapida ed efficace. I diritti dei bambini devono essere considerati una priorità e le aziende devono essere chiamate a rispondere delle proprie responsabilità.
Secondo punto: limiti di età e verifica digitale dell’identità
Il secondo pilastro riguarda l’accesso dei minori alle piattaforme. Von der Leyen ha chiarito che il tema non è semplicemente stabilire se i bambini possano utilizzare i social, ma stabilire quando e in quali condizioni i social possano entrare nella vita dei bambini.
“La domanda non è più se i bambini affrontano rischi online, ma cosa possiamo fare per offrire loro un inizio più sicuro nel mondo digitale”, ha spiegato.
Uno degli strumenti indicati dalla Commissione è una nuova applicazione europea per la verifica dell’età. Il sistema, secondo Bruxelles, sarà progettato per essere semplice da utilizzare, rispettoso della privacy e basato su codice aperto. L’obiettivo è restituire ai genitori maggiore controllo, evitando che l’accesso ai social da parte dei minori avvenga senza adeguate garanzie.
Il tema della verifica dell’età rappresenta però una delle questioni più delicate del dibattito europeo: da un lato la necessità di impedire l’accesso dei bambini a contenuti e ambienti non adatti; dall’altro il rischio di creare sistemi invasivi sulla privacy degli utenti.
Terzo punto: una “data di inizio” per i social come già avviene per altre attività
La terza proposta avanzata dalla presidente della Commissione riguarda l’introduzione di una vera e propria età minima europea per l’accesso ai social network.
Von der Leyen ha paragonato questa possibile regolamentazione ad altri limiti già accettati nella società.
“Non diamo ai bambini le chiavi di un’automobile prima che abbiano una patente e non permettiamo loro di acquistare alcol prima dell’età prevista dalla legge”, ha osservato. Secondo Bruxelles, anche l’accesso ai social dovrebbe seguire una logica simile.
La presidente europea ha però riconosciuto che nessuna norma sarà completamente efficace da sola e che sarà necessario un cambiamento culturale.
Come è avvenuto con l’introduzione dell’obbligo delle cinture di sicurezza o con la lotta alla guida in stato di ebbrezza, anche la trasformazione del rapporto tra bambini e social richiederà tempo.
Un punto considerato fondamentale riguarda i primi anni di vita. Secondo le indicazioni emerse dal rapporto, i bambini sotto i tre anni non dovrebbero avere alcuna esposizione agli schermi e alle piattaforme digitali.
Successivamente, l’utilizzo dei social dovrebbe avvenire soltanto sotto supervisione di genitori, educatori o insegnanti e con limiti temporali precisi.
“L’infanzia è un periodo di straordinario e delicato sviluppo del cervello”, ha sottolineato von der Leyen. I bambini, secondo la presidente della Commissione, hanno bisogno di tempo nel mondo reale: giocare, costruire relazioni faccia a faccia, commettere errori, sviluppare la propria identità e la propria personalità prima che siano gli algoritmi a influenzarle.
Social media e piattaforme dannose: accesso graduale per fasce d’età
Il rapporto europeo propone inoltre di individuare con maggiore precisione quali servizi digitali rappresentino i rischi maggiori. Secondo von der Leyen, il problema riguarda soprattutto le piattaforme social, ma anche altri servizi caratterizzati da elementi potenzialmente dannosi o progettati per creare dipendenza.
La Commissione parla di una categoria più ampia, definita informalmente “social media plus”, che comprende tutte quelle piattaforme dove algoritmi, contenuti e dinamiche di coinvolgimento possono avere effetti negativi sui minori.
Una volta definito questo ambito, Bruxelles ritiene necessario valutare un accesso progressivo e differenziato in base alle fasce d’età. L’obiettivo è evitare che tutti i bambini vengano trattati allo stesso modo, considerando invece le diverse fasi dello sviluppo psicologico e cognitivo.
“L’infanzia non aspetta. E una volta perduta non possiamo restituirla”, ha dichiarato von der Leyen.
Dopo l’estate una proposta europea
Il rapporto dello Special Panel arriva in un momento considerato dalla Commissione particolarmente favorevole per intervenire. Bruxelles ha raccolto contributi da genitori, insegnanti, esperti, giovani e dagli Stati membri, oltre alle esperienze internazionali di Paesi come l’Australia, che hanno già avviato un confronto politico sulla regolamentazione dell’accesso dei minori ai social.
Ora la Commissione europea analizzerà le raccomandazioni contenute nel documento e presenterà una proposta dopo la pausa estiva. La sfida è costruire un equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela dell’infanzia.
Per l’Europa, il principio di fondo è ormai definito: il digitale deve adattarsi ai bambini, non i bambini a un sistema progettato senza tenere conto della loro vulnerabilità.

