Google non è riuscita a convincere un giudice federale della California a respingere una causa intentata da consumatori che accusano il colosso tecnologico di aver soffocato illegalmente la concorrenza nel mercato dei motori di ricerca online.
Con un’ordinanza emessa mercoledì, la giudice distrettuale statunitense Rita Lin ha stabilito che i ricorrenti hanno presentato elementi sufficienti per proseguire, almeno per ora, con le loro accuse principali. Secondo la corte, esistono basi plausibili per sostenere che Google, controllata di Alphabet, abbia violato le leggi federali antitrust nel costruire e mantenere la propria posizione dominante nella ricerca online.
La causa, depositata lo scorso anno e proposta come class action, si concentra sugli accordi commerciali stipulati da Google con produttori di dispositivi mobili e altri operatori tecnologici. Le accuse ricalcano quelle già avanzate dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che nel 2024 hanno portato a una storica sentenza secondo cui Google detiene un monopolio illegale nel mercato della ricerca online.
La giudice Lin ha però imposto un limite temporale alle contestazioni: i consumatori non potranno far valere richieste di risarcimento per condotte antecedenti al 2017. Si tratta di una vittoria parziale per Google, anche se la giudice ha lasciato aperta la possibilità che i ricorrenti tentino di riformulare tali accuse.
Google non ha rilasciato commenti immediati sulla decisione. Nessuna dichiarazione è arrivata nemmeno dagli avvocati che rappresentano i consumatori. L’azienda ha comunque sempre respinto ogni addebito e aveva chiesto l’archiviazione completa del procedimento.
Secondo i querelanti, Google avrebbe “blindato” il mercato dei motori di ricerca pagando Apple, i principali produttori di smartphone Android, operatori di telefonia mobile e sviluppatori di browser affinché Google fosse impostato come motore di ricerca predefinito su dispositivi e applicazioni. Una strategia che, a loro dire, avrebbe impedito ai concorrenti di raggiungere una massa critica di utenti.
I consumatori sostengono che questi accordi abbiano ridotto le possibilità di scelta, bloccando alternative che avrebbero potuto offrire meno pubblicità, maggior tutela della privacy o persino compensi economici agli utenti per l’utilizzo del motore di ricerca.
Google ha definito queste ipotesi irrealistiche, affermando che è poco credibile che motori di ricerca rivali possano sostenere modelli basati su pagamenti agli utenti o su standard di privacy significativamente più elevati.
La giudice Lin, tuttavia, ha osservato che l’atto di accusa cita esempi concreti di motori di ricerca più piccoli che offrivano ricompense o opzioni senza pubblicità. Secondo la corte, è plausibile che tali operatori abbiano incontrato difficoltà proprio perché gli accordi di Google impedivano loro di raggiungere la scala necessaria per competere efficacemente.

