La bomba a orologeria previdenziale: i numeri che la politica non vi dice
Il dibattito sulle pensioni in Italia è da sempre un terreno fertile per la propaganda e la disinformazione. Spesso si discute di età pensionabile o di "diritti acquisiti" senza fare i conti con la realtà matematica ed economica del Paese.
La verità è che in Italia, meno di un pensionato su tre ha lavorato e versato contributi per 40 anni; quasi la metà della platea non ha depositato nemmeno 30 anni di contribuzione.
Inoltre, quel ~45% che si è pensionato con meno di 30 anni contributivi vive di pensioni infime che richiedono finanziamento a fondo perduto a carico della spesa sociale dello Stato, cioè a carico della fiscalità generale (IVA, IRPEF).
Infine, i lavoratori attivi (24,5 mln) sono quasi quante le pensioni erogate (21,5 mln) e a malapena le contribuzioni riescono a coprire le rendite.
Infatti, il sistema dovrebbe funzionare in teoria secondo il modello a ripartizione (pay-as-you-go), ma nella realtà italiana questo meccanismo è saltato da molti anni, fin dal 1992 quando il socialista Amato e poi il liberale Dini trasformarono il sistema da retributivo a ripartizione a contributivo a montante.
Leggiamo spesso, ancora oggi, che le pensioni sono finanziate "dai contributi dei lavoratori attivi", ma questo è vero solo in termini di 'partita di giro'.
In realtà, nel sistema previdenziale italiano — regolato dal meccanismo contributivo per chiunque abbia iniziato a lavorare dopo il 1995 — la pensione è la restituzione di un capitale accumulato, chiamato montante contributivo.
Dunque, se le nascite sono scarse, se i lavoratori sono poco qualificati, se i redditi (e le contribuzioni correnti) sono bassi ... il sistema previdenziale va in sofferenza e noi italiani siamo proprio al limite.
Tentarono di spiegarlo Monti e Fornero circa 15 anni orsono, a destra e a manca sorsero guru e apprendisti stregoni a sostenere il contrario per qualche like in più, l'aveva detto anche mio cuggino, insomma beato chi ci crede ... ma è dal 1995 che la sirena dell'allarme risuona sulle pensioni degli italiani.
Il vero squilibrio dei conti pensionistici italiani deriva dal vecchio sistema retributivo. Questo metodo calcolava l'assegno non in base ai contributi effettivamente versati, ma sulla base della media degli ultimi stipendi percepiti, che fino alla fine degli Anni '70 erano storicamente molto più alti dell'attuale, includendo la 'scala mobile', l'adeguamento all'inflazione dal famigerato effetto super-inflazionistico, sostenibile solo con politiche sovraniste, quelle che proprio in quegli anni portarono al crollo della sterlina e della lira..
Inoltre, il sistema pensionistico fissava requisiti minimi (le pensioni baby) per l'esodo anticipato dal lavoro. Ci si poteva pensionare anche a 36-37 anni d'età, mantenendo l'ultimo stipendio.
Ebbene, attualmente il 40% - 45% dei pensionati ha lavorato per meno di 30 anni in totale (sic!). Questo comporta che questi pensionati oggi percepiscono oggi pensioni talmente svalutate da richiedere una spesa assistenziale di circa 25 miliardi, che va a carico delle tasse di chi lavora e di chi si è pagato la pensione.
Questi 25 miliardi di euro spesi ogni anno dallo Stato per pagare le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali pesano per circa il 4% su tutte le tasse versate complessivamente dagli italiani.
Se invece restringiamo il campo all'IRPEF (l'imposta sul reddito delle persone fisiche, che è la tassa principale pagata dai lavoratori), quei 25 miliardi "mangiano" da soli ben il 10% dell'intero gettito nazionale.
Se questo è il quadro generale e farebbero bene a dircelo a chiare lettere, c'è anche un'altra cosa che 'dovremmo sapere'.
Semplificando al massimo, nel vigente sistema contributivo un lavoratore assunto dopo il 1995 deve aver accumulato un montante contributivo reale di circa 450.000 euro per percepire una pensione di 20.000 euro netti all'anno.
Viceversa, a parità di stipendio, a chi ha iniziato nel 1995 o prima bastano molti meno contributi reali: grazie allo scivolo del sistema misto, ottiene lo stesso identico assegno come se avesse un montante di circa 370.000 euro.
Nel 1995 c'era un'intera generazione di lavoratori che aveva già accumulato 5, 10 o anche 14 anni di contributi. Oggi (nel 2026), quelle persone hanno un'età compresa tra i 50 e i 60 anni e rappresentano il blocco più imponente e costoso del sistema misto.
Gran parte sono già in pensione o in procinto di pensionarsi: chi nel 1995 aveva 10 anni di contributi oggi ha non meno di 60 anni e sta per accedere alla Pensione Anticipata Ordinaria per la quale bastano 41/42 anni contributivi e 10 mesi di contributi senza vincoli d'età.
Quanto a chi nel 1995 aveva già lavorato per 3-5 anni, oggi ha circa 62 anni e si ritrova in mano un salvadanaio reale complessivo di circa 320.000 - 325.000 euro, poiché ha lavorato "solo" 34-36 anni.
Se lo Stato riducesse a 62 anni i parametri della Pensione Anticipata Ordinaria e si pensionasse domattina, avrebbe diritto dall'Inps ad una rendita equivalente al montante di 450.000 euro.
A questo 'buco' di circa 125.000 euro a carico dello Stato, cioè di coloro che restano a lavoro e degli altri pensionati, va aggiunto il bias del maggior numero di anni di rendita da pagare, dato che la persona si ritira prima.
Secondo le stime incrociate delle banche dati INPS, questa "generazione di mezzo" (persone che hanno un'età compresa tra i 50 e i 65 anni) conta oggi circa 6,5 - 7 milioni di lavoratori attivi.
Si tratta del motore economico del Paese: lavoratori qualificati, all'apice della carriera e con gli stipendi mediamente più alti. Di conseguenza, sono anche coloro che godrebbero del "moltiplicatore" più generoso sulla rendita pensionistica se potessero uscire prima.
Si stima che l'introduzione di una Quota 62 pura (senza penalizzazioni) manderebbe in pensione immediatamente tra i 250.000 e i 300.000 lavoratori solo nel primo anno di applicazione.
L'INPS dovrebbe sborsare da subito circa 4,5 miliardi di euro extra solo per pagare i nuovi assegni di chi decide di anticipare l'uscita a 62 anni.
Poiché chi esce a 62 anni smette di versare i contributi per 5 anni (fino ai 67 della vecchiaia ordinaria) e inizia a percepire la rendita prima, lo Stato perde due volte.
A regime, dopo un triennio, il buco strutturale annuale salirebbe a circa 8 - 9 miliardi di euro all'anno.
Nell'arco di un decennio, questa singola misura scaricherebbe sul bilancio dell'Inps un debito aggiuntivo di oltre 60-70 miliardi di euro.
Ma tra 10 anni, l'ondata dei nati negli anni '60 avrà completato il passaggio alla pensione, portando l'esercito dei pensionati a sfiorare i 19 milioni, mentre la forza lavoro scenderà a 21 milioni a causa della denatalità passata.
In particolare, i nati nel 1964-1965 rappresentano il picco assoluto di nascite nella storia d'Italia (oltre 1 milione di neonati all'anno, contro i meno di 400 mila di oggi).
In un Paese dove a breve quasi ogni lavoratore attivo dovrà finanziare la pensione di un pensionato (rapporto 1,1 a 1), promettere 'Quote 62' o 'Quote 41' non è solo irresponsabile: è un'impossibilità contabile.
Come chiedere ai contribuenti che circa 100 miliardi all'anno se ne vanno per integrare le pensioni di chi non ha contribuito come tanti altri?
La Legge Fornero non verrà abolita né oggi né domani; al contrario, se questo accadesse, con 60-70 miliardi a di integrazioni pensionistiche a gravare sull'Erario, lo spread sui titoli di Stato inizierebbe a correre verso l'alto tanto quanto il rating si dirigerebbe verso il basso.
Risultato? La matematica previdenziale imporrebbe a stretto giro requisiti ancora più rigidi e assegni interamente contributivi e più magri, per evitare che lo Stato debba dichiarare il fallimento finanziario.