Alla fine, viene quasi da sorridere. L'Italia non c'è, rimasta ancora una volta a guardare il Mondiale dal divano. Una ferita aperta, certo. Ma osservando ciò che è accaduto alle grandi potenze del calcio, viene spontaneo chiedersi se l'assenza azzurra sia stata davvero l'unica grande delusione di questa Coppa del Mondo.

 La Germania è tornata a casa prima del previsto. L'Olanda ha seguito lo stesso destino. E adesso è toccato persino al Brasile, la nazionale che più di ogni altra rappresenta l'essenza del calcio mondiale. Eliminata agli ottavi dalla Norvegia di Erling Haaland, la Seleção saluta il torneo tra recriminazioni, polemiche e il consueto rito dei processi sommari.

Sul banco degli imputati è finito Carlo Ancelotti. Del resto, nel calcio funziona sempre così: quando si vince, il merito è dei campioni; quando si perde, la colpa è dell'allenatore. Le critiche riguardano la formazione iniziale, le sostituzioni e soprattutto l'esclusione di Luiz Henrique, diventato nel giro di poche ore il simbolo di tutte le occasioni mancate. Come se un singolo giocatore, rimasto in panchina, potesse spiegare da solo l'ennesimo fallimento di una nazionale che dal 2014 non riesce più ad arrivare almeno in semifinale.

Eppure la realtà è sempre più complessa delle sentenze affidate ai social network. Il Brasile ha avuto le sue occasioni, ha persino fallito un rigore con Bruno Guimarães quando la partita era ancora in equilibrio. Per oltre un'ora ha controllato il gioco, salvo poi essere punito dal talento devastante di Haaland. Sono episodi che nel calcio pesano quanto, se non più, delle scelte tattiche.

Ancelotti, con la serenità che ha sempre contraddistinto la sua carriera, non ha cercato alibi. Ha riconosciuto la delusione, ma ha anche ricordato una verità spesso dimenticata: ogni sconfitta può diventare l'inizio di un nuovo percorso. È un messaggio controcorrente in un'epoca che pretende risultati immediati e considera ogni eliminazione come la prova definitiva dell'incompetenza di chi guida una squadra.

Forse è proprio questo il vero problema del calcio moderno. Non si concede più il tempo di costruire. Si pretende di vincere subito, sempre, ovunque. Se il progetto fallisce, non si analizzano i limiti strutturali, il ricambio generazionale o la crescita degli avversari. Si cerca un colpevole da esporre al pubblico ludibrio.

La Norvegia non ha battuto il Brasile per caso. Negli ultimi anni ha investito, ha valorizzato i propri talenti e oggi raccoglie i frutti di un percorso costruito con pazienza. Lo stesso vale per tante nazionali considerate "minori", ormai perfettamente organizzate e capaci di competere con chiunque. La distanza tra le grandi e le altre si è ridotta, e continuare a pensare che bastino il blasone o la storia per vincere significa non comprendere l'evoluzione del calcio internazionale.

Anche l'Italia dovrebbe riflettere su questo. Restare fuori dal Mondiale è stato un fallimento enorme, ma sarebbe altrettanto miope credere che la semplice partecipazione avrebbe garantito un cammino glorioso. Questo torneo ha dimostrato che nessuno può più vivere di rendita. Nemmeno il Brasile.

In fondo, il Mondiale americano lascia un insegnamento che vale per tutti: nel calcio non esistono diritti acquisiti. Esistono soltanto organizzazione, programmazione e la capacità di rimettersi in discussione. Tutto il resto, i processi, le polemiche, i capri espiatori, serve solo a riempire qualche giorno di discussioni, ma non costruisce una squadra capace di tornare a vincere.