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Lo Stato stipendia chi non lavora e paga la pensione a chi non versa i contributi. Ma allora a cosa serve lavorare per una vita intera?

Se lo Stato paga chi non lavora, non combatte davvero evasione ed elusione fiscale e concede pensioni sociali a chi non ha mai versato contributi, una domanda sorge spontanea: che senso ha lavorare una vita intera?

Destra o sinistra, governo o opposizione: cambia la faccia, ma la musica resta la stessa. Tutti parlano di “equità sociale”, “diritti” e “inclusione”, ma intanto si dimentica il principio fondamentale su cui dovrebbe reggersi una comunità: sono i lavoratori a sostenere il Paese, non il contrario.

Oggi, in Italia, avere un contratto regolare e una casa di proprietà sembra quasi diventato un crimine. Ti pagano uno stipendio da fame, ti mandano in pensione quando ormai non hai più forze, ti tassano su tutto — casa, reddito, perfino l’aria che respiri — mentre chi evade o lavora in nero riceve bonus, sussidi e nuovi “redditi minimi” ribattezzati ogni volta per sembrare moderni.

La storia si ripete. Finito il reddito di cittadinanza, ecco arrivare gli “assegni di inclusione” e le “pensioni di garanzia”. Intanto chi lavora davvero si spacca la schiena per mille euro al mese, versa contributi altissimi e sa già che avrà una pensione da fame.

Parlo per esperienza:

...mi alzo alle cinque ogni mattina e torno a casa la sera stanco morto, per poco più di mille euro al mese. Dopo quarant’anni di contributi, andrò in pensione a settant’anni - salute permettendo - con 900 euro mensili, grazie alle riforme del signor Dini e della signora Fornero.
E allora, davvero: che senso ha continuare a lavorare?
È la domanda che in molti si pongono, ma alla quale nessuno, nei palazzi del potere, sembra voler rispondere. È il grido di una generazione che non vede più un rapporto equo tra impegno e salario.

Certo, un sistema di sostegno per chi è davvero in difficoltà è giusto e necessario. Ma quando il welfare si trasforma in una rendita permanente, finanziata sulle spalle di chi lavora e produce, si alimenta una società dove fatica, responsabilità e merito non contano più nulla.

Il lavoro, un tempo simbolo di dignità, oggi sembra una condanna senza fine. Conviene quasi non lavorare, vivere di sussidi e agevolazioni, piuttosto che essere un lavoratore “in chiaro” costretto a mantenere tutto il sistema. È il paradosso di un Paese che premia l’inerzia e punisce l’impegno, che chiama “aiuto sociale” ciò che, in realtà, è puro assistenzialismo cronico.

Alla fine restano sempre gli stessi a reggere la baracca: i soliti “fessi” che continuano a lavorare, a pagare le tasse e a credere che l’onestà conti ancora qualcosa. Ma la vera domanda è: per quanto ancora?

Autore Gregorio Scribano
Categoria Politica
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