Corsa al ribasso per il petrolio che scende sotto i 100 dollari al barile. Crolla anche il prezzo del gas a 43 euro. Sono i primi effetti con la tregua di due settimane tra Usa-Iran!
C’era una volta un pastorello che, per gioco o per noia, gridava al lupo senza che il lupo ci fosse davvero. Quando poi il pericolo arrivò, nessuno gli credette più. La favola è antica, ma la sua eco torna sorprendentemente attuale se la si osserva attraverso le mosse di Donald Trump nella crisi con l’Iran.
Il punto non è soltanto comunicativo. È strategico. Lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale, diventa la leva negoziale principale. L’Iran lo chiude, i prezzi del petrolio schizzano, il mondo trattiene il respiro. Poi lo riapre, sia pure temporaneamente e con condizioni, e i mercati tirano un sospiro di sollievo. In questo gioco di pressione e contropressione, entrambe le parti rivendicano una vittoria: Washington parla di “base praticabile”, Teheran di “sconfitta storica del nemico”.
Fatto sta che Washington e Teheran hanno concordato una tregua di due settimane, prima dello scadere del termine ultimo fissato da Trump, e il prezzo del petrolio è diminuito. Il valore di un barile di greggio Brent con consegna a giugno è diminuito del 14,03%, raggiungendo il livello più basso da metà marzo: 93,93 dollari. Mentre il greggio statunitense Wti, con consegna a maggio, ha registrato un calo simile: 95,67 dollari, con una flessione del 15,30%. Crolla anche il prezzo del gas a 43 euro!
Sono questi i primi effetti della tregua di due settimane tra Usa-Iran.
Eppure, dietro la narrazione trionfalistica, resta un’ambiguità sostanziale. I famosi dieci punti iraniani – ancora avvolti in gran parte nel riserbo – non sembrano includere concessioni decisive sul nodo centrale: il programma nucleare. Se davvero, come trapela, non è prevista una rinuncia esplicita all’arricchimento dell’uranio, allora la tregua rischia di essere poco più di una pausa tattica. Un congelamento temporaneo, non una soluzione.
Nel frattempo, il mercato energetico reagisce con la sua consueta brutalità matematica: crollo dei prezzi, volatilità, ricalcolo immediato del rischio. Ma proprio qui si nasconde un paradosso. Se è bastata una crisi di pochi giorni per dimostrare quanto sia fragile l’equilibrio globale, quale sarà il prezzo implicito di un futuro in cui lo Stretto di Hormuz può essere minacciato a intermittenza? Anche in presenza di accordi, l’incertezza diventa strutturale.
La vera domanda, allora, non è se questa tregua porterà a una pace duratura. È se la strategia del “gridare al lupo” – minacciare il massimo per ottenere il minimo indispensabile – sia ancora efficace. Nel breve periodo può funzionare: spiazza l’avversario, mobilita l’attenzione, costringe a reagire. Ma nel lungo periodo logora la credibilità. E in politica internazionale, la credibilità è una moneta che, una volta svalutata, è difficile da recuperare.
Trump gioca una partita ad alto rischio, in cui la teatralità è parte integrante della strategia. L’Iran, dal canto suo, sfrutta ogni spiraglio per consolidare la propria posizione senza rinunciare ai propri obiettivi di fondo. In mezzo, c’è un sistema globale che oscilla tra crisi e tregue lampo, sempre più esposto a shock improvvisi.
Forse il pastorello, oggi, non è più solo uno. Forse sono tutti gli attori in campo a gridare, ciascuno a modo proprio. E il problema non è tanto capire se il lupo arriverà, ma se, quando arriverà davvero, qualcuno sarà ancora disposto ad ascoltare.