Esteri

Hormuz, l’Europa frena Trump: Germania e Regno Unito rifiutano l'escalation militare

L'Europa prende le distanze dalla strategia americana nella guerra contro l'Iran. Germania e Regno Unito hanno respinto l'invito del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a inviare navi militari nello Stretto di Hormuz per garantire la sicurezza delle rotte petrolifere, mentre la crisi energetica globale si aggrava e i mercati oscillano sotto il peso della guerra.

Lo stretto — una delle arterie energetiche più cruciali del pianeta, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale — è diventato il centro della tensione geopolitica tra Washington, Teheran e gli alleati occidentali. Ma a Bruxelles e nelle principali capitali europee il messaggio è chiaro: questa non è una guerra della NATO.

La risposta più netta è arrivata da Berlino. Il governo guidato dal cancelliere Friedrich Merz ha escluso qualsiasi partecipazione militare nello stretto.

Un portavoce del governo ha dichiarato senza ambiguità:«Questa guerra non ha nulla a che fare con la NATO. Non è la guerra della NATO».

Berlino ha ribadito che la partecipazione tedesca a operazioni nello Stretto di Hormuz «non è stata presa in considerazione prima della guerra e non lo è neppure ora». 

Anche il ministro degli Esteri Johann Wadephul, arrivando a Bruxelles, ha confermato la linea: non vede alcun ruolo per i membri dell'Alleanza atlantica nello stretto.

Negli ultimi giorni Merz ha irrigidito ulteriormente la sua posizione, criticando Washington per l'allentamento delle sanzioni sul petrolio russo e ammettendo di non vedere una strategia chiara su come gli Stati Uniti intendano concludere la guerra contro l'Iran.

Anche il Regno Unito prende tempo. Il primo ministro Keir Starmer ha respinto l'ipotesi di inviare navi da guerra nello stretto, sottolineando che Londra non vuole essere trascinata in un conflitto più ampio in Medio Oriente.

In conferenza stampa a Downing Street, Starmer ha spiegato che la priorità è arrivare «il prima possibile alla fine di questa guerra».

Il premier britannico ha avvertito che un conflitto prolungato aggraverebbe il costo della vita nel Regno Unito e nel resto del mondo, spingendo per una soluzione negoziata con Teheran.

Secondo indiscrezioni della stampa britannica, nella notte si sarebbe svolta una telefonata tesa tra Starmer e Trump. Durante il colloquio il premier avrebbe chiarito che Londra non invierà navi militari nello stretto.

Il presidente americano aveva già criticato pubblicamente Starmer, arrivando a definirlo un «non Churchill» per il rifiuto britannico di partecipare ai primi bombardamenti contro l'Iran.

Trump ha aumentato la pressione sugli alleati occidentali collegando la loro disponibilità a intervenire nello stretto al futuro della NATO e al sostegno all'Ucraina.

Un messaggio che molti governi europei hanno liquidato come pura retorica politica, ma che rivela la crescente frattura tra Washington e alcune capitali europee sulla gestione del conflitto.

Francia, Canada, Germania e Australia hanno già escluso l'invio di navi militari nella zona.

Intanto la guerra comincia a colpire direttamente l'economia globale. I vertici delle grandi compagnie energetiche americane — tra cui ExxonMobil, hevron e ConocoPhillips — hanno lanciato l'allarme alla Casa Bianca.

Durante una serie di incontri a Washington, gli amministratori delegati hanno avvertito che la crisi energetica provocata dal conflitto potrebbe aggravarsi rapidamente.

Il CEO di Exxon, Darren Woods, ha spiegato che il prezzo del petrolio potrebbe salire molto oltre i livelli attuali se la speculazione dovesse intensificarsi o se le forniture venissero ulteriormente interrotte.

Il greggio americano è già passato a circa 100 dollari l barile nel giro di pochi giorni, segnale di un mercato estremamente nervoso.

22Da Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito che l'Iran non accetterà un cessate il fuoco alle condizioni attuali.

«Il fatto che rifiutiamo il cessate il fuoco non significa che vogliamo la guerra», ha dichiarato. «Significa che questa guerra deve finire in modo tale che i nostri nemici non pensino mai più di ripetere un'aggressione».

Araghchi ha anche chiarito che lo Stretto di Hormuz non è completamente chiuso: le navi dei paesi non coinvolti nella guerra possono attraversarlo, ma solo con l'autorizzazione delle forze armate iraniane.

Un segnale che conferma come il controllo di una delle rotte energetiche più strategiche del pianeta sia ormai diventato uno degli strumenti principali di pressione geopolitica nella guerra in corso.


Con il petrolio che sale, gli alleati occidentali divisi e l'Iran determinato a non fare concessioni, lo Stretto di Hormuz si sta trasformando nel vero epicentro della crisi globale.

E mentre Washington chiede ai partner di schierarsi militarmente, gran parte dell'Europa sembra aver scelto una strada diversa: evitare l'escalation e spingere per una soluzione diplomatica prima che il conflitto travolga anche l'economia mondiale.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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