Le elezioni locali travolgono il premier britannico: Reform UK conquista centinaia di seggi e manda in crisi il tradizionale bipolarismo inglese. Il Labour perde roccaforti storiche e crescono le pressioni interne su Keir Starmer.

Il terremoto politico che sta attraversando il Regno Unito rischia di trasformarsi in una crisi esistenziale per il governo di Keir Starmer. A meno di due anni dalla vittoria schiacciante che aveva riportato il Labour al potere con una delle maggioranze parlamentari più ampie della storia britannica recente, il premier si ritrova ora a fare i conti con una rivolta elettorale che colpisce proprio i territori che avrebbero dovuto rappresentare la sua base più solida.

Le elezioni locali in Inghilterra, insieme alle consultazioni in Scozia e Galles, hanno infatti restituito un quadro devastante per il partito di governo. Il Labour ha perso centinaia di seggi comunali, cedendo terreno soprattutto nelle tradizionali aree operaie del nord e delle Midlands, mentre il vero vincitore della tornata è stato Nigel Farage, che con il suo Reform UK ha ottenuto oltre 350 seggi nei consigli locali inglesi, imponendosi come il simbolo della nuova frattura politica britannica.

Il dato che emerge con maggiore forza non riguarda soltanto la débâcle personale di Starmer, ma la trasformazione radicale del sistema politico del Regno Unito. Per oltre un secolo la politica britannica è stata dominata dall'alternanza quasi esclusiva tra Labour e Conservatori. Oggi, invece, quel modello appare in piena disgregazione. I voti si disperdono verso formazioni populiste, ambientaliste e nazionaliste, in una frammentazione che sta ridisegnando gli equilibri del Paese.

Reform UK intercetta il malcontento legato al costo della vita, all'immigrazione e alla sfiducia verso l'establishment, mentre i Verdi attirano una parte dell'elettorato progressista deluso dal pragmatismo moderato di Starmer. In Scozia e Galles, inoltre, continuano a pesare le spinte autonomiste rappresentate rispettivamente dallo Scottish National Party e da Plaid Cymru.

Il colpo più duro per il premier britannico arriva però dal crollo in alcune storiche roccaforti laburiste. A Tameside, nella Greater Manchester, il Labour ha perso il controllo del consiglio comunale per la prima volta in quasi mezzo secolo dopo che Reform ha conquistato tutti i 14 seggi difesi dal partito. Ancora più simbolico quanto accaduto a Wigan, altra storica cittadina operaia controllata dai laburisti da oltre cinquant'anni, dove il partito ha perso tutti i 20 seggi che tentava di mantenere.

Anche Londra, tradizionalmente più favorevole ai progressisti, ha mostrato segnali inquietanti per Downing Street. Reform UK ha infatti conquistato il controllo del borough di Havering, nell'est della capitale, ottenendo 30 seggi su 43 e segnando così la prima vera affermazione amministrativa del partito di Farage nella città simbolo del potere britannico.

Non sorprende, dunque, che all'interno del Labour stiano crescendo nervosismo e tensioni. Alcuni parlamentari ritengono che un eventuale tracollo anche in Scozia e Galles possa riaprire concretamente la discussione sulla leadership di Starmer, già indebolita da indici di gradimento tra i peggiori registrati negli ultimi anni per un premier britannico. Le richieste di chiarimenti sulla strategia politica del governo si moltiplicano, mentre cominciano a circolare ipotesi su possibili successioni future.

Per ora, tuttavia, gli alleati del primo ministro provano a serrare le fila. Lo stesso Starmer ha tentato di reagire con fermezza, assicurando che non intende lasciare la guida del governo. “Non me ne andrò”, ha dichiarato durante una visita a Ealing, nella zona ovest di Londra, uno dei pochi territori dove il Labour è riuscito a conservare il controllo amministrativo. Secondo il premier, gli elettori non starebbero respingendo la sua leadership, ma chiederebbero risultati più rapidi e concreti sul fronte del cambiamento promesso.

Una lettura che però rischia di non bastare a spegnere il malcontento interno. La sensazione diffusa, anche tra molti elettori progressisti, è che il governo non sia riuscito a tradurre in azione politica efficace la promessa di stabilità e rilancio formulata dopo gli anni caotici successivi alla Brexit e alle crisi dei governi conservatori. La crisi del costo della vita, aggravata dalle tensioni internazionali e dai riflessi economici dei conflitti in Ucraina e Iran, continua a pesare sulle famiglie britanniche, mentre il governo appare spesso impantanato in ripensamenti e cambi di linea.

A erodere ulteriormente l'autorità di Starmer hanno contribuito anche una serie di episodi controversi e retromarce politiche che hanno dato l'impressione di un esecutivo poco compatto. Tra i casi più discussi vi è stata la nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti, una scelta finita al centro di polemiche per i legami dell'ex ministro con il defunto finanziere statunitense Jeffrey Epstein.

Nel frattempo, sullo sfondo, cresce il peso politico di Farage, che ha definito i risultati “un cambiamento storico nella politica britannica”. Una frase che fotografa efficacemente il momento attraversato dal Regno Unito: non semplicemente una punizione elettorale per il governo in carica, ma l'emersione di una nuova geografia politica in cui il vecchio bipolarismo sembra non essere più sufficiente a rappresentare un elettorato sempre più volatile, frammentato e radicalizzato.

Per Starmer il rischio è evidente. Se il Labour non riuscirà rapidamente a recuperare credibilità nelle aree popolari che un tempo costituivano il cuore del partito, la sua leadership potrebbe trasformarsi da simbolo di rinascita post-conservatrice a esperienza breve e logorata dalla sfiducia. E con il prossimo voto generale previsto nel 2029, il tempo per invertire la rotta potrebbe essere molto meno di quanto Downing Street speri oggi.

Infine, è da ricordare che dentro questo terremoto politico britannico, resta anche un paradosso che pesa come un macigno sull'intera vicenda. Una parte consistente dell'elettorato che oggi premia Nigel Farage sembra aver rimosso proprio il ruolo centrale avuto dall'ex tribuno euroscettico nella stagione che ha cambiato radicalmente il destino del Regno Unito. È stato Farage, infatti, il principale architetto politico e mediatico della Brexit, la figura che più di ogni altra ha alimentato per anni la campagna contro Bruxelles promettendo sovranità, crescita economica, controllo dei confini e rilancio nazionale.

A quasi un decennio dal referendum del 2016, però, il Paese continua a convivere con molte delle conseguenze economiche, commerciali e sociali di quella scelta. Dalla crisi delle catene di approvvigionamento alla carenza di manodopera in diversi settori, passando per l'aumento dei costi, la difficoltà di attrarre investimenti e il progressivo isolamento commerciale rispetto al mercato europeo, larga parte delle tensioni che oggi attraversano il Regno Unito affonda le proprie radici proprio nella frattura aperta dalla Brexit.

Il risultato elettorale racconta così anche una contraddizione politica profonda: milioni di cittadini britannici, esasperati dall'inflazione, dal declino dei servizi pubblici e dalla stagnazione economica, scelgono di affidarsi ancora una volta a chi contribuì in modo decisivo a costruire il contesto che ha favorito quella stessa instabilità. Un voto di protesta che finisce per trasformarsi, almeno in parte, in un clamoroso corto circuito della memoria politica britannica.