Quando Andreotti strizzava l’occhio alle centrali nucleari in Italia…
Oggi l’Italia si trova di fronte ad una crisi energetica che mette a dura prova famiglie, imprese e governi. Il prezzo dell’energia vola a livelli altissimi, e siamo costretti a importare gran parte della nostra elettricità dall’estero, spesso a costi che pesano enormemente sui bilanci pubblici e privati. Questa situazione mette in luce un paradosso storico: per decenni, l’Italia ha avuto una concreta opportunità di sviluppare una politica energetica autonoma e sostenibile, ma ha scelto di rinunciarvi.
Da decenni, i nostri vicini di casa - Francia e Svizzera - investono e producono energia nucleare in modo massiccio. Queste centrali, che si trovano a pochi chilometri dai nostri confini, rappresentano oggi la principale fonte energetica di quei Paesi. Il nucleare è infatti una tecnologia che, se gestita con rigore e sicurezza, offre energia pulita, affidabile e a basso costo. Tuttavia, accanto a questi vantaggi, resta il timore del rischio catastrofico.
E qui nasce il paradosso: mentre in Italia il dibattito sul nucleare è sempre stato molto controverso, culminato nel referendum del 1987 che ha sancito l’abbandono di questa tecnologia, i rischi di un incidente nucleare non sono spariti, anzi sono solo “a ridosso” dei nostri confini. Basta un incidente grave in una centrale svizzera o francese per coinvolgere direttamente anche il territorio italiano, come la storia di Chernobyl ci ha già insegnato.
Quindi, ci si deve chiedere: che senso ha rinunciare a produrre energia nucleare sul nostro territorio se, in caso di disastro, siamo esposti agli stessi rischi e, al tempo stesso, paghiamo prezzi altissimi per importare energia nucleare prodotta all’estero?
Giulio Andreotti, già negli anni ’70 e ’80, indicava chiaramente questa contraddizione. Egli sosteneva che l’Italia avesse un “vantaggio” geopolitico proprio perché confinava con Paesi dotati di centrali nucleari, e quindi avrebbe dovuto sviluppare un proprio programma nucleare per non rimanere sempre indietro. La sua visione era chiara: la presenza di centrali nucleari vicino ai nostri confini rappresentava un’opportunità - e non solo un rischio - da gestire con intelligenza.
La realtà attuale conferma quella visione. Oggi l’Italia paga caro il suo ritardo sul nucleare: dipende dall’estero per gran parte dell’energia, e con un mercato globale sempre più volatile e tensioni geopolitiche che influenzano il prezzo delle materie prime, questo diventa un fattore di vulnerabilità nazionale.
Investire oggi in nucleare “made in Italy” significherebbe invece:
Ridurre la dipendenza energetica dall’estero, guadagnando autonomia e sicurezza;
Controllare direttamente i rischi legati alla gestione e alla sicurezza degli impianti;
Produrre energia a costi più contenuti e stabili, favorendo la competitività delle imprese italiane;
Contribuire agli obiettivi climatici con una fonte a basso impatto di CO2.
Il rischio nucleare non è certo un argomento che si può ignorare o declinare in modo unilaterale. Esiste, e ce lo portiamo addosso proprio per la presenza delle centrali dei nostri vicini. Ma per quanto ci si possa preoccupare di un incidente in Svizzera o Francia, sarebbe più responsabile e pragmatico controllare il rischio costruendo e gestendo noi stessi centrali nucleari sicure, all’avanguardia, sotto rigido controllo nazionale.
La crisi energetica e l’instabilità dei mercati mondiali dovrebbero spingere il nostro Paese a riprendere in mano una politica energetica coraggiosa e lungimirante, dove il nucleare civile possa finalmente avere un ruolo da protagonista.
La sicurezza nazionale non si costruisce negando i rischi, ma affrontandoli con competenza e responsabilità. E l’Italia, oggi più che mai, ha bisogno di questa visione per non restare schiava del caro energia e dei pericoli di una dipendenza altrui.