Esteri

Trump e la tentazione coloniale: il caso Groenlandia

Donald Trump ci ricasca. E lo fa nel modo più rozzo possibile: nominando un “inviato speciale” per la Groenlandia con l'obiettivo dichiarato di portarla sotto il controllo degli Stati Uniti. Non cooperazione, non dialogo, non diplomazia multilaterale. Annessione. Punto.

La scelta di Jeff Landry, governatore repubblicano della Louisiana, non è né una gaffe né un equivoco burocratico. È una provocazione politica deliberata. Landry stesso ha parlato senza giri di parole di un incarico – per giunta “volontario” – finalizzato a rendere la Groenlandia parte degli USA. Come se si stesse parlando di una contea in vendita e non di un territorio abitato, con una propria identità, una propria storia e un diritto elementare all'autodeterminazione.

La reazione di Danimarca e Groenlandia è stata netta, come era inevitabile. Copenaghen ha chiesto spiegazioni ufficiali, mentre il primo ministro groenlandese ha ribadito l'ovvio: il futuro della Groenlandia lo decidono i groenlandesi. Non Trump, non Washington, non un governatore in cerca di visibilità internazionale. Il fatto che questo debba essere ricordato nel 2025 è già di per sé inquietante.

Trump giustifica tutto con la solita litania: sicurezza nazionale, posizione strategica, risorse minerarie. È il linguaggio classico dell'imperialismo rivestito di slogan moderni. Cambiano i termini, non la sostanza: territori ridotti a pedine, popolazioni trattate come dettagli trascurabili, alleati considerati ostacoli fastidiosi anziché partner sovrani.

Ancora più grave è il rifiuto di escludere l'uso della forza. Minacciare implicitamente un alleato NATO come la Danimarca non è solo irresponsabile: è una rottura frontale con ogni principio di diritto internazionale che gli Stati Uniti dicono di difendere quando fa comodo. Qui non c'è alcuna ambiguità strategica, c'è solo arroganza di potenza.

La Groenlandia gode di un'ampia autonomia dal 1979. Molti groenlandesi guardano a un futuro indipendente dalla Danimarca, ma i sondaggi mostrano una schiacciante opposizione all'idea di diventare americani. Trump ignora volutamente questo dato, perché non rientra nella sua narrazione. Per lui l'autodeterminazione vale solo quando produce risultati allineati agli interessi statunitensi.

L'appoggio espresso dall'Unione Europea alla Danimarca non è un atto simbolico, ma una linea di demarcazione politica: o si rispettano le sovranità nazionali, o si accetta un ritorno a logiche di dominio che l'Europa conosce fin troppo bene. La solidarietà europea è anche una risposta al precedente pericoloso che Trump sta tentando di normalizzare.

Il problema, infatti, va oltre la Groenlandia. Questo episodio si inserisce in una visione più ampia e inquietante: l'idea che l'intero “emisfero occidentale” debba rientrare nella sfera di controllo statunitense. Venezuela ieri, Groenlandia oggi, chissà domani. È una dottrina di potenza che sa di XIX secolo, non di mondo globale interdipendente.

Trump aveva già provato a “comprare” la Groenlandia nel 2019, ricevendo un rifiuto secco: “La Groenlandia non è in vendita”. Evidentemente non ha mai accettato quel no. Ora torna alla carica con strumenti diversi ma con la stessa mentalità: se non posso comprarla, la rivendico.

Che gli Stati Uniti abbiano interessi strategici nell'Artico è un fatto. Che possano perseguirli calpestando alleati, ignorando la volontà delle popolazioni locali e flirtando con la minaccia militare è inaccettabile. La nomina di Landry non è una formalità diplomatica: è un segnale politico aggressivo.

La Groenlandia non è una casella su una scacchiera trumpiana. Non è una miniera da sfruttare né una base da annettere. È un territorio con un popolo che chiede rispetto. E se Trump non è in grado di capirlo, il problema non è la Groenlandia: è Trump.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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