Salute

Medici di famiglia: dipendenti o convenzionati? Le Regioni puntano su un doppio binario

Dopo anni di discussioni inconcludenti, le Regioni sembrano finalmente aver trovato una direzione condivisa sulla riforma del ruolo dei medici di famiglia: un sistema misto, che affianchi al tradizionale modello dei convenzionati quello dei dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale. La proposta, maturata nel corso di una lunga riunione tra gli assessori regionali alla Salute, è ora attesa al vaglio dei presidenti di Regione, per poi finire sul tavolo del Ministero della Salute che, da tempo, sollecita un riassetto del settore.

Il punto di partenza è l’articolo 25 della legge 833 del 1978, istitutiva del SSN, che già allora prevedeva la possibilità di un’assistenza sanitaria di base erogata sia da medici dipendenti che convenzionati, nel rispetto del rapporto fiduciario tra medico e assistito. Tuttavia, da allora a oggi, lo Stato ha optato quasi esclusivamente per il regime convenzionale, lasciando inapplicata la possibilità della dipendenza.

Con la carenza cronica di medici, la pressione crescente sulle strutture territoriali e l’obiettivo strategico (e politicamente vincolante) di rendere operative le Case della Comunità entro metà 2026, il nodo non è più rinviabile. Ma tra chi vorrebbe stabilizzare la figura del medico dipendente (Lega e Fratelli d’Italia) e chi invece preferisce mantenere la flessibilità dei convenzionati (Forza Italia e parte del centrosinistra), la soluzione di compromesso sembra inevitabile: offrire alle Regioni la libertà di scegliere.

Nel dettaglio, la riforma prevede il mantenimento del modello in convenzione, con un rafforzamento degli obblighi di presenza nelle strutture territoriali come le Case della Comunità, ma anche la creazione, finora solo teorica, del medico di famiglia e del pediatra dipendenti a tutti gli effetti. Questo comporterebbe anche la nascita di una specializzazione universitaria specifica, in sostituzione dei corsi di formazione regionali, che oggi formano i medici di medicina generale.

Il disegno è ambizioso: ogni Regione potrà costruirsi un proprio assetto, calibrato sulle necessità locali. Chi vorrà potrà puntare su un modello misto, altri potrebbero preferire un profilo esclusivamente dipendente o mantenere l’attuale sistema convenzionale, magari riformato. Ma la flessibilità, se non accompagnata da risorse, pianificazione e tempistiche realistiche, rischia di rimanere un’illusione.

Va detto chiaramente: anche se la riforma dovesse ottenere il via libera politico e istituzionale, i tempi saranno lunghi. La scrittura del testo definitivo è complessa, i dettagli da definire sono molti, e ogni passo richiede negoziazione. In ogni caso, è difficile immaginare che questa riforma possa contribuire in modo risolutivo a riempire le Case della Comunità entro il 2026. Il rischio è che, pur con una cornice normativa nuova, si continui a rincorrere l’urgenza con strumenti ancora insufficienti. E quella che oggi è una questione strutturale, rischia domani di diventare una vera emergenza sanitaria.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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