Oggi come oggi, nessuno se la sente di lavorare fino a 70 anni.
L’idea di andare in pensione a 70 anni e con un assegno ridotto, non è solo insostenibile ma è inaccettabile.
E non è solo una questione di stanchezza fisica o mentale. È una questione di dignità. Di aspettative di vita. Di giustizia sociale.
Eppure, il nostro sistema previdenziale – rigido, squilibrato, costruito su logiche ormai superate – continua a raccontare un'altra storia: quella di un traguardo pensionistico che si allontana sempre di più, soprattutto per le nuove generazioni.
Nel mezzo di un dibattito ormai ultradecennale su come riformare le pensioni senza far saltare i conti pubblici, arriva la proposta del sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon: usare il TFR come leva per anticipare l’uscita dal mondo del lavoro: far confluire quella che un tempo era chiamata la 'liquidazione' nelle forme di pensione integrativa, permettendo a chi non ha ancora raggiunto i requisiti previdenziali di poter andare comunque in pensione anticipata a 62-64 anni.
Insomma, chi ha tra i 62 e i 64 anni, ma non ha ancora raggiunto i requisiti per la pensione anticipata, potrebbe “comprare” qualche anno di serenità utilizzando il proprio Trattamento di Fine Rapporto – la liquidazione, insomma – come forma di pensione integrativa. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire una rendita minima pari a tre volte l’assegno sociale.
In altre parole, permettere ai lavoratori di utilizzare il Trattamento di Fine Rapporto – oggi accantonato e percepito solo al termine della carriera – come rendita integrativa che colmi il gap con la pensione pubblica per chi non raggiunge i requisiti minimi.
L’idea, sulla carta, ha un pregio non trascurabile: mette al centro la flessibilità, adattando la pensione alle traiettorie sempre più disomogenee delle carriere lavorative. Carriere spesso discontinue, frammentate, penalizzate da lunghi periodi di precariato, lavori saltuari o part-time involontari. In questo scenario, ipotizzare un sistema che consenta l’uscita a 62-64 anni, anche con requisiti contributivi ridotti, suona come una boccata d’ossigeno. Soprattutto se si riesce a garantire una rendita pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, come prevede l’ipotesi di lavoro.
Se da un lato la proposta Durigon sembra voler offrire una scorciatoia per una vecchiaia più serena, dall’altro scarica sul lavoratore una buona parte del peso che, un tempo, era sostenuto dallo Stato. Utilizzare il proprio TFR – un diritto maturato, sì, ma anche un patrimonio personale, magari da utilizzare per comprare la casa ai figli – per garantirsi la pensione, significa trasformare un’indennità di fine lavoro in una polizza previdenziale.
In pratica: invece di riceverla in un’unica soluzione (magari per affrontare spese importanti o sostenere la vecchiaia), si chiede al lavoratore di “spendersela” prima, per anticipare la pensione.
Inoltre, non è ancora chiaro quali garanzie offrano questi "prodotti previdenziali individuali" in cui confluirà il TFR. Saranno gestiti da enti pubblici o privati? Avranno rendimenti minimi garantiti o saranno soggetti al rischio dei mercati? E cosa succede a chi ha accumulato poco TFR perché ha lavorato a intermittenza o con salari bassi?
Quando la toppa è peggio del buco...
In fondo, la proposta Durigon sembra più una toppa ben pensata che una riforma strutturale. Serve a prendere tempo, a guadagnare consenso, a “liberare” qualche migliaio di lavoratori in vista di scadenze elettorali, ma non affronta il cuore del problema: l’assenza di un sistema previdenziale flessibile, inclusivo e sostenibile a lungo termine.
Insomma, la proposta Durigon può essere un primo passo, ma non deve diventare un alibi per evitare interventi più profondi. Se trattata come misura ponte, può aiutare qualche centinaia di lavoratori ad uscire dal limbo. Ma se diventa la colonna portante della futura previdenza, rischia di trasformare la pensione da un sacrosanto diritto, in un privilegio per quei pochi che hanno accumulato abbastanza TFR, e in un miraggio per tutti gli altri.
Alla fine, il nodo resta quello iniziale: nessuno – nessuno – può realisticamente pensare di lavorare fino a 70 anni. E chi lo dice, o è fortunato, o è in malafede. L’Italia ha bisogno di un sistema pensionistico giusto, solidale, flessibile, ma non individualista. E la politica ha il dovere di costruirlo, non di scaricarlo sulle spalle – e sui risparmi – dei lavoratori.
Il TFR può essere uno strumento utile, ma non può sostituire lo Stato nel garantire un futuro dignitoso a chi ha lavorato una vita. Se il sistema non è più sostenibile, lo si riformi. Con coraggio, con equità, con lungimiranza.


