Alti funzionari della sicurezza nazionale statunitense hanno confermato che le operazioni militari contro i cartelli della droga continueranno, dopo che martedì la marina USA ha colpito un'imbarcazione proveniente dal Venezuela, uccidendo 11 persone. La barca, secondo Washington, trasportava ingenti quantità di droga.

Si tratta del primo attacco di cui si ha conoscenza dopo il recente dispiegamento di unità navali voluto dal presidente Donald Trump nel Mar dei Caraibi meridionale. Ma i dettagli sull’operazione restano nebulosi: non è chiaro con quale mezzo la nave sia stata distrutta e soprattutto in base a quale fondamento legale gli Stati Uniti abbiano potuto  giustificare tale atto.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribadito che tali attacchi continueranno: «Chiunque venga identificato come narco-terrorista in quelle acque avrà lo stesso destino», ha dichiarato, senza fornire ulteriori dettagli.

Da Città del Messico, anche il segretario di Stato Marco Rubio è intervenuto sulla vicenda: «Il presidente degli Stati Uniti porterà avanti una guerra contro le organizzazioni narco-terroriste. Forse nuovi attacchi sono già in corso».

Trump, intanto, ha affermato che i membri dell’equipaggio appartenevano al gruppo criminale venezuelano Tren de Aragua, designato da Washington come organizzazione terroristica lo scorso febbraio. Secondo lui, a bordo sarebbero stati trovati “enormi quantità di droga”, mostrate in un video che il Pentagono non ha ancora verificato pubblicamente.

Naturalmente, né Trump, nè i suoi ministri hanno fornito prove di quanto da loro sostenuto. Ma non è tutto.

La decisione di distruggere l’imbarcazione e ucciderne gli occupanti, invece di catturarli, ha sollevato forti critiche da parte degli esperti di diritto che hanno definito l’operazione una violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale.

Anche dentro l’opposizione venezuelana non mancano dubbi: l’ex candidato alla presidenza Henrique Capriles ha chiesto come gli Stati Uniti abbiano potuto identificare con certezza l'identità delle vittime.

Il dispiegamento militare USA in zona non è di poco conto: sette navi da guerra e un sottomarino nucleare con a bordo oltre 4.500 uomini. Hegseth ha dichiarato che l’unico che dovrebbe preoccuparsi è Nicolás Maduro, definito “re di un narco-stato”. Solo poche settimane fa Washington aveva raddoppiato a 50 milioni di dollari la taglia per informazioni utili alla sua cattura.

Da Caracas, Maduro accusa Trump di voler forzare un cambio di regime. Al contrario, l’opposizione guidata da María Corina Machado ha elogiato l’attacco, definendolo un’azione “per salvare vite umane” e per riconoscere Maduro come capo di un regime criminale.


Quello che è accaduto nei Caraibi è un pugno nello stomaco al diritto internazionale. Gli Stati Uniti hanno deciso di affondare una nave e uccidere undici persone senza processo, senza prove rese pubbliche, senza alcuna legittimazione che non sia l’arroganza del più forte.

Il messaggio è chiaro: non conta più il diritto, non contano più le convenzioni internazionali, non contano nemmeno i principi basilari di giustizia. Conta solo chi ha il potere di colpire e la volontà di farlo.

Che una superpotenza possa rivendicare il diritto di giustiziare sospetti in mare aperto, senza tentare un sequestro né un arresto, segna un passo ulteriore verso la normalizzazione della guerra preventiva, della violenza extragiudiziale, della “giustizia” eseguita con missili e droni.

È un precedente gravissimo: se Washington può uccidere in mare chi accusa di narcotraffico, cosa impedirà ad altri Stati di fare lo stesso con i propri nemici, invocando la “sicurezza nazionale”? Il diritto internazionale serve a evitare proprio questo scivolamento nel caos, ma qui sembra diventato carta straccia.

Oggi è una barca venezuelana. Domani potrebbe essere qualsiasi altro obiettivo dichiarato “minaccia”. E quando la legge non vale più, ciò che resta è soltanto la legge del più forte.