Chi è nato tra il 1961 e il 1967 è la cosiddetta “generazione di mezzo”: non è giovane abbastanza per beneficiare di eventuali flessibilità future e per costruirsi una pensione integrativa, ma nemmeno abbastanza vecchio da aver potuto godere delle regole previdenziali più favorevoli del passato, come ad esempio Quota 100. Per questa fascia anagrafica, la pensione è diventata un miraggio che si allontana continuamente, intrappolata in un sistema che sembra punire chi ha lavorato una vita intera.
Il punto di partenza di questa beffa è la Legge Fornero del 2011, che ha alzato drasticamente l’età pensionabile e ha introdotto il meccanismo di adeguamento automatico all’aspettativa di vita. Un provvedimento concepito in nome della stabilità dei conti pubblici, ma che ha scaricato tutto il peso sulle spalle dei lavoratori, soprattutto quelli nati tra il 1961 e il 1967. Negli anni successivi, nessun governo è riuscito, o ha voluto, porre rimedio a questa ingiustizia: gli adeguamenti automatici sono stati confermati, e l’età pensionabile ha continuato a crescere anno dopo anno, fino ad arrivare ai 67 anni odierni e oltre.
Il governo Meloni non ha cambiato rotta. Anzi, la politica previdenziale recente sembra confermare che l’unica certezza per i nati tra il 1961 e il 1967 sia l’incertezza stessa. Con il ritorno del meccanismo di adeguamento all’aspettativa di vita, l’uscita dal lavoro è destinata a slittare ulteriormente. Anche uno spostamento di pochi mesi può tradursi in un anno intero di lavoro aggiuntivo, con effetti devastanti sul piano economico e sulla qualità della vita.
Le alternative sono poco incoraggianti. La pensione anticipata richiede requisiti contributivi elevatissimi - 42 anni e 10 mesi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne - spesso impossibili da raggiungere per chi ha avuto periodi di disoccupazione o contratti precari. E chi, per forza di cose, dovrà restare al lavoro più a lungo, si troverà a dover fare i conti con un assegno pensionistico calcolato in gran parte con il metodo contributivo, che produce pensioni più basse rispetto al passato. L’unico modo per “difendersi” è lavorare ancora di più, accumulando contributi in un sistema che penalizza chi non ha avuto stipendi ricchi e abbondanti.
Insomma, una doppia fregatura: lavorare più a lungo e, alla fine, ricevere un assegno inferiore rispetto alle aspettative.
In sostanza, la "generazione di mezzo" sta pagando il prezzo più alto della transizione previdenziale italiana. Non si tratta di un rischio lontano: per chi è nato tra il 1961 e il 1967, andare in pensione più tardi non è un’ipotesi astratta, ma una prospettiva concreta. Il quadro è aggravato dalla mancanza di misure strutturali che consentano un’uscita flessibile dal lavoro e da una politica che sembra ignorare le esigenze reali dei cittadini.
È ora di ammettere che la Legge Fornero e i governi che l’hanno confermata, fino all’oggi, hanno prodotto ingiustizie reali, scaricando sulle spalle di una generazione la responsabilità di un sistema fragile e rigido. Per troppo tempo, la politica previdenziale ha guardato ai numeri contabili, dimenticando le persone. È tempo di mettere al centro chi ha costruito questo Paese: lavoratori che meritano di poter programmare la propria pensione senza dover contare i mesi come se fossero condanne.
E ora resta solo da chiedersi:
il numero dei nati tra il 1961 e il 1967 sarà abbastanza consistente, in termini di voti, da turbare i sonni di chi doveva "fare e non ha fatto", ma avrà comunque il coraggio di ripresentarsi alle prossime elezioni politiche con le stesse o altre promesse?
Forse è arrivato il momento che la politica smetta di ignorare chi paga da decenni il prezzo di riforme sbagliate.


