Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha firmato il decreto che sancisce la decadenza del NITAG, il Gruppo Tecnico Consultivo Nazionale sulle Vaccinazioni. L'organismo, composto da esperti incaricati di fornire pareri scientifici sulle strategie vaccinali, era al centro delle polemiche dopo la nomina di Eugenio Serravalle e Paolo Bellavite, due medici noti per le loro posizioni critiche non solo sui vaccini pediatrici, ma anche su quelli anti-Covid.

Centinaia di scienziati, tra cui il premio Nobel Giorgio Parisi, avevano chiesto la loro rimozione. Non ottenute le dimissioni spontanee, Schillaci ha scelto la via più drastica: sciogliere l'intero comitato, rinviando a data da definire la nomina dei 22 nuovi membri.

Secondo indiscrezioni, la decisione è arrivata dopo una fase di forte tensione interna al governo: Schillaci avrebbe persino minacciato le dimissioni in caso di impossibilità a muoversi liberamente sul dossier. La mossa ha però scoperchiato il vaso di Pandora delle divisioni nel centrodestra.

Forza Italia si è schierata senza esitazioni dalla parte del ministro. Maurizio Gasparri ha parlato di «atto di rispetto delle considerazioni del mondo medico e scientifico».

Fratelli d'Italia ha mantenuto un atteggiamento freddo. Da Palazzo Chigi, secondo quanto riferisce Repubblica, trapela fastidio per una scelta giudicata «non concordata» e in contrasto con la linea del «pluralismo».

La Lega ha invece alzato le barricate. Claudio Borghi, sulla piattaforma X, ha bollato la decisione come «grave errore» e frutto degli «starnazzamenti incitati da PD e M5S». Più pesante, invece, il giudizio di Alberto Bagnai, che a Repubblica ha denunciato «la compiacenza del ministero verso diktat di ricercatori la cui piena rilevanza scientifica, da docente universitario, fatico a riconoscere».

La vicenda, oltre a lasciare il Paese temporaneamente senza un organo tecnico fondamentale per la programmazione vaccinale, mette a nudo le crepe della maggioranza. Il decreto di Schillaci non è solo una questione sanitaria, è la riprova del pressappochismo di un governo imbarazzante, spaccato tra la necessità di ascoltare il mondo scientifico e quella di cavalcare il malcontento di una parte dell'elettorato.