Politica

Oltre cento milioni al testimone della Commissione Covid: il governo Meloni nella bufera


La notizia: il ministro della Salute Orazio Schillaci, rispondendo a un’interrogazione dei senatori del Partito democratico, ha dichiarato:
“Con parere favorevole dell’Avvocatura, si è deciso di procedere con l’accordo transattivo, predisposto dalla stessa avvocatura. Lo stesso è stato firmato il 31 ottobre 2025. Ha chiuso non solo la causa principale, ma anche gli altri contenziosi collegati, per un totale di 100.221.429,85 euro”.

Il ministro ha poi spiegato che la copertura è stata garantita con il decreto legge approvato due giorni prima, il 29 ottobre 2025, che ha assegnato al ministero della Salute un contributo di 110 milioni di euro per l’anno 2025 da “destinare al pagamento delle obbligazioni pecuniarie conseguenti a sentenze di condanna giudiziali e a transazioni”.

Da sottolineare che, come ha dichiarato il presidente del Movimento 5 Stelle, l'avvocato Giuseppe Conte, durante la querelle su Rete 4 in cui il disperatissimo propagandista governativo Nicola Porro cercava in tutti i modi di accusare l'ospite di ogni reato possibile e immaginabile causato durante il periodo del Covid a supporto dell'opera diffamatoria della Commissione d'inchiesta costituita ad hoc dai fascisti al governo, la sentenza favorevole all'imprenditore Dario Bianchi è stata ritenuta scandalosa, favorita da una scarsa se non assente attività difensiva dell'avvocatura di Stato.

Riassumendo. Lo Stato è stato sconfitto in una causa da 200 milioni. In un mondo normale, nessuno regala 200 milioni, tanto più una amministrazione che ha un debito pubblico che continua crescere a dismisura. La causa poteva certamente esser discussa in appello... e sarebbero passati altri anni... infine anche in Cassazione... con ulteriore ritardo di altri anni. Quindi, perché pagare subito? Allungando i tempi della causa e volendo eventualmente fare un accordo transattivo per anticiparne la chiusura, questo sarebbe stato effettuato ad una cifra quasi certamente più bassa.

Qualunque avvocato, anche alle primissime armi, avrebbe scelto questa strada. Invece, l'avvocatura di Stato non lo ha fatto... ovviamente per scelta del governo.

Perché non si è atteso l’esito dell’appello, secondo Schillaci? “La risposta è quasi intuitiva. Se si fosse perso in appello l’accordo non avrebbe più fatto comodo a nessuna delle amministrazioni coinvolte. La controparte avrebbe incassato tutto, senza sconti. Aspettare significava perdere l’unica occasione reale di contenere il danno per lo Stato. Nulla fuori dalle regole. Solo, credo, la scelta più responsabile per i conti pubblici”.


Come chiunque può comprendere, stiamo parlando di una vicenda che solleva interrogativi pesantissimi sull'utilizzo delle risorse pubbliche e sulla tutela dell'interesse dello Stato. Una storia che, anziché dissipare i dubbi, li moltiplica. Al centro della polemica ci sono oltre 100 milioni di euro versati dal governo Meloni all'imprenditore delle mascherine Dario Bianchi attraverso una transazione che ha chiuso una controversia giudiziaria prima ancora che la Corte d'Appello potesse pronunciarsi sulla richiesta di sospensione della sentenza di primo grado avanzata dallo stesso Stato.

L'intera operazione, ricostruita nelle ultime ore e destinata a provocare uno scontro politico e giudiziario di enorme portata, viene descritta dalle opposizioni come una scelta politica che ha favorito un imprenditore vicino a Fratelli d'Italia, a discapito delle casse pubbliche e dei contribuenti italiani.


DALLA FORNITURA DI MASCHERINE ALLA MAXI TRANSAZIONE

La vicenda nasce durante i mesi più drammatici della pandemia da Covid-19, quando l'imprenditore Dario Bianchi stipula un contratto con lo Stato per la fornitura di mascherine.

Secondo quanto ricostruito, la struttura commissariale allora guidata da Domenico Arcuri giudica però quei dispositivi non conformi ai requisiti richiesti e respinge la fornitura. Da quella decisione prende avvio una lunga battaglia legale. Nel novembre 2024 arriva una sentenza di primo grado favorevole alla società dell'imprenditore, che ottiene il riconoscimento di un risarcimento da circa 203 milioni di euro.

Lo Stato reagisce impugnando la decisione e presenta immediatamente richiesta di sospensione della sentenza davanti alla Corte d'Appello, confidando evidentemente nella possibilità di ribaltare il verdetto.

Ma proprio quando il procedimento d'appello deve ancora iniziare, incredibilmente, il governo Meloni decide di percorrere una strada completamente diversa.



IL GOVERNO FERMA LA CAUSA E STACCA L'ASSEGNO

Prima ancora che la Corte d'Appello possa pronunciarsi sulla sospensiva richiesta dall'Avvocatura dello Stato, Palazzo Chigi sceglie di chiudere la controversia. Attraverso un decreto-legge vengono infatti destinati 110 milioni di euro al Ministero della Salute per consentire una transazione immediata con l'azienda di Bianchi.

La somma effettivamente liquidata ammonta a 100.221.429,85 euro.

In altre parole, mentre era ancora pendente il giudizio d'appello richiesto dallo stesso Stato, il Governo decide di interrompere ogni contenzioso e pagare oltre cento milioni di euro, rinunciando di fatto a verificare se la sentenza di primo grado sarebbe stata confermata oppure ribaltata nei successivi gradi di giudizio. Una scelta che appare tanto più sorprendente perché arriva mentre l'Avvocatura dello Stato aveva già contestato quella decisione davanti ai giudici.



IL NODO DEI RAPPORTI CON FRATELLI D'ITALIA
La vicenda assume contorni ancora più controversi osservando il profilo dell'imprenditore beneficiario della transazione. Dario Bianchi risulta infatti da anni finanziatore di Fratelli d'Italia e presenza abituale della manifestazione politica Atreju. Non solo.

Nel corso dei lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid, fortemente voluta dalla maggioranza, Bianchi viene più volte convocato come testimone e diventa uno dei principali accusatori del Governo Conte durante la gestione della pandemia.

Per le opposizioni questa coincidenza politica non rappresenta un dettaglio, ma il cuore stesso della vicenda, tanto che Giuseppe Conte ha dichiarato che quei cento milioni rappresentano addirittura "una ricompensa per chi mi ha accusato".

Una dichiarazione durissima che alimenta ulteriormente il sospetto di un possibile intreccio tra convenienza politica e gestione del denaro pubblico.


LE OPPOSIZIONI: "UN REGALO CON I SOLDI DEI CONTRIBUENTI"

La reazione delle opposizioni è immediata, tanto da annunciare sia un esposto alla Procura della Repubblica che uno alla Corte dei Conti, con l'ipotesi di danno erariale. L'accusa è precisa: il Governo avrebbe deliberatamente agito contro l'interesse dello Stato scegliendo di non difendere fino in fondo una causa che avrebbe potuto essere vinta in appello.

Il capogruppo del Partito Democratico al Senato, Francesco Boccia, parla apertamente di una vicenda senza precedenti.

Secondo Boccia è "forse la prima volta nella storia della Repubblica" che uno Stato rinuncia ad attendere l'esito dell'appello e della richiesta di sospensiva, dando praticamente per scontata la conferma della sentenza di primo grado.

Il senatore insiste su un punto che considera decisivo: quei soldi non appartenevano al Governo, ma ai contribuenti italiani. Per questo chiede che vengano rese pubbliche tutte le carte dell'operazione, per capire chi abbia deciso il pagamento, chi abbia impartito gli ordini e quale sia stato il ruolo di Palazzo Chigi.

Ancora più pesante la domanda politica posta da Boccia: come è stato possibile autorizzare un pagamento superiore ai cento milioni di euro a favore di una società che registrava fatturati massimi attorno ai quattro milioni di euro e, negli anni migliori, perdite per circa 250 mila euro, salvo poi entrare improvvisamente nel mercato delle mascherine durante l'emergenza sanitaria?



IL MOVIMENTO 5 STELLE: "AVEVAMO LE PROVE PER RIBALTARE LA SENTENZA"

Anche il Movimento 5 Stelle punta il dito contro Palazzo Chigi. Secondo Stefano Patuanelli, il partito aveva più volte fornito elementi utili a sostenere l'appello nella convinzione che la sentenza di primo grado potesse essere ribaltata. Solo successivamente emerge che, mentre venivano raccolti documenti per rafforzare la posizione dello Stato, il Governo aveva già raggiunto un accordo economico con la società di Bianchi.

Per Patuanelli i cittadini scoprono soltanto oggi che oltre cento milioni di euro sono finiti nelle casse di un'azienda che aveva finanziato Fratelli d'Italia e il cui amministratore delegato risultava ospite abituale delle iniziative politiche del partito della Presidente del Consiglio.


IL DECRETO "INVISIBILE" CHE HA RESO POSSIBILE L'OPERAZIONE

A rendere ancora più opaca l'intera vicenda è il percorso seguito dal provvedimento normativo. Il Consiglio dei ministri approva il decreto il 14 ottobre. Il testo entra in vigore il 30 ottobre. Il giorno successivo viene firmata la transazione milionaria.

Il decreto, rubricato come "Misure urgenti in materia economica", viene poi esaminato dal Parlamento con tempi rapidissimi: approvazione alla Camera il 10 dicembre e via libera definitivo del Senato appena una settimana dopo.

La disposizione decisiva è contenuta nell'articolo 5. Qui viene previsto un contributo di 110 milioni di euro destinato al Ministero della Salute. Nel testo, però, non compare alcun riferimento esplicito alla controversia con la società di Bianchi né alla finalità concreta di quelle risorse. Una circostanza che gli stessi Servizi Studi e Bilancio di Camera e Senato mettono nero su bianco, osservando che le relazioni illustrativa e tecnica del decreto non riportano alcuna specificazione sulle sentenze o sulle transazioni richiamate dalla norma.

Un passaggio che alimenta ulteriormente i dubbi sulla trasparenza dell'intera operazione.

ORA SERVONO RISPOSTE, NON SILENZI

Questa vicenda non può essere liquidata come una normale scelta amministrativa. Quando un Governo rinuncia a difendere fino in fondo una causa da oltre 200 milioni di euro, anticipando una transazione milionaria mentre il procedimento è ancora aperto, è inevitabile che sorgano domande sull'opportunità politica di quella decisione.

Ancora di più quando il beneficiario dell'accordo è un finanziatore del partito della Presidente del Consiglio e protagonista della Commissione Covid utilizzata dalla maggioranza per mettere sotto accusa il precedente Governo.

Spetterà alla magistratura, qualora ne ricorrano i presupposti, valutare gli esposti annunciati. Spetterà eventualmente alla Corte dei Conti verificare se vi siano profili di danno erariale.

Alla politica, invece, spetta un compito molto più immediato: spiegare ai cittadini perché oltre cento milioni di euro siano stati pagati prima che la giustizia completasse il proprio percorso e chiarire se quella scelta abbia davvero tutelato l'interesse pubblico oppure se abbia finito per privilegiare altri interessi.

Perché i soldi utilizzati non appartengono a un Governo né a un partito. Appartengono ai contribuenti italiani. Ed è a loro che devono essere fornite risposte complete, documentate e convincenti.

Autore Marzio Bimbi
Categoria Politica
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