Politica

Spese militari senza fondo: il governo gioca d'azzardo con i conti pubblici

Mentre il Paese arranca tra sanità al collasso, scuola sottofinanziata e salari erosi dall'inflazione, il governo continua imperterrito a pompare miliardi nella spesa militare, senza nemmeno il pudore di spiegare con chiarezza dove troverà i soldi. La linea dell'esecutivo è ormai evidente: prima le armi, poi — forse — tutto il resto.

Il punto è semplice e inquietante allo stesso tempo: le coperture non ci sono. O meglio, non sono state ancora definite. Eppure l'aumento delle spese militari è già stato deciso. Una scelta politica netta, presa al buio, rinviando ogni spiegazione concreta a un futuro indefinito. Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti assicura che non verrà toccato il welfare, che “non un euro” sarà sottratto a sanità e spesa sociale. Peccato che queste rassicurazioni restino parole, perché i numeri — quelli veri — ancora non esistono.

Per sapere come verranno finanziati carri armati, droni e missili bisognerà aspettare marzo, quando l'Istat comunicherà la stima del deficit 2025 alla Commissione europea. Tradotto: il governo spera di avere più margine di manovra, magari grazie all'uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo, e nel frattempo tira dritto. Se poi servirà, si ricorrerà alle deroghe europee e alle clausole di flessibilità, cioè si devierà dal percorso di bilancio già concordato. In altre parole: si riscrive la disciplina dei conti pubblici non per la sanità, per le pensioni o per chi non ha una casa... ma per supportare l'ennesima corsa agli armamenti.

Nel frattempo, però, la spesa esplode. Solo a dicembre il ministero della Difesa ha trasmesso 14 nuovi programmi per 5,3 miliardi di euro. Una valanga che si aggiunge ai circa 60 programmi già approvati o in via di approvazione durante la legislatura Meloni, per un totale di 25 miliardi di impegni di spesa e oltre 60 miliardi di valore complessivo. Non sono stime dell'opposizione, ma i calcoli puntuali dell'Osservatorio Mil€x (ong che opera nell'ambito delle attività della Rete Italiana Pace e Disarmo), che dal 2017 tiene sotto controllo la spesa militare del nostro Paese.

Ancora più grave è il continuo aumento dei costi. Programmi che lievitano anno dopo anno, senza che nessuno sembri porsi il problema. I mini-droni prodotti da Leonardo, per esempio, passano da 290 a 356 milioni in pochissimo tempo: +69% in tre anni. Le batterie anti-aeree “Grifo”, basate su missili Camm-Er, quasi raddoppiano: da 456 a 842 milioni, +84%. E la lista continua: obici tedeschi, mortai francesi, razzi americani, lanciarazzi svedesi, droni-bomba israeliani. Un catalogo internazionale della guerra, pagato con risorse pubbliche italiane.

Il messaggio politico è chiaro: quando si tratta di armi, i vincoli di bilancio diventano improvvisamente flessibili. Quando si parla di ospedali, scuole o trasporti, invece, le risorse “non si trovano”. Il governo chiede fiducia, ma non offre trasparenza. Promette che non ci saranno tagli sociali, mentre accumula impegni miliardari senza spiegare chi pagherà il conto.

Questa non è sicurezza nazionale. È una scelta ideologica precisa, che scarica sul futuro — e sui cittadini — il peso di decisioni prese oggi senza un vero dibattito pubblico. E mentre si discute di deficit, clausole e procedure europee, una cosa resta certa: la spesa militare cresce, il resto resta indietro. E a pagare, come sempre, non saranno i produttori di armi, ma il Paese... cioè noi!

Autore Mario Falorni
Categoria Politica
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