Riforma della giustizia, perché votare NO: una Costituzione non si scrive contro metà del Paese
C'è un primo motivo, forse il più importante di tutti, per votare NO al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia: il metodo. Prima ancora dei contenuti, infatti, è la forma a essere profondamente sbagliata.
La Costituzione non è una legge ordinaria. Non è un provvedimento di parte, né uno strumento di propaganda. È la casa comune di tutti i cittadini. Per questo, nella tradizione repubblicana, le modifiche costituzionali dovrebbero nascere da un confronto ampio, paritario e condiviso in Parlamento, con il contributo di maggioranza e opposizione.
Qui è accaduto esattamente il contrario.
La riforma è stata scritta dal Governo, portata in Parlamento e approvata dalla sola maggioranza senza cambiare neppure una virgola. Nessun compromesso, nessuna mediazione, nessun tentativo di costruire una riforma condivisa. Un'impostazione che trasforma una materia delicatissima – l'equilibrio tra i poteri dello Stato – in un terreno di scontro politico.
Una Costituzione modificata in questo modo non unisce il Paese: lo divide.
Una riforma inutile: la separazione delle carriere è già in corso
Anche entrando nel merito, la riforma mostra tutta la sua fragilità. Il punto centrale della propaganda governativa è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Ma la realtà è molto meno clamorosa di quanto venga raccontato.
Con la riforma Cartabia, infatti, la separazione delle carriere è già stata di fatto avviata. I passaggi tra funzione requirente e giudicante sono oggi estremamente limitati e rigidamente regolati. I magistrati che cambiano funzione sono pochissimi e devono rispettare vincoli stringenti. In altre parole: il problema che la riforma pretende di risolvere è già stato affrontato dal legislatore ordinario.
Si modifica la Costituzione – il testo fondamentale dello Stato – per intervenire su una questione che nella pratica è già quasi inesistente.
Il sorteggio: una finzione di imparzialità
Un altro pilastro della riforma è il sistema di sorteggio per la composizione dei nuovi organi di autogoverno della magistratura. L'idea viene presentata come un modo per combattere le correnti. Ma anche qui la soluzione appare più propagandistica che reale.
Innanzitutto il sorteggio non è paritario. I meccanismi previsti non garantiscono un equilibrio effettivo tra le diverse componenti della magistratura e tra magistratura e politica.
Inoltre si introduce un principio discutibile: quello per cui organi di enorme responsabilità istituzionale potrebbero essere composti in parte per estrazione casuale. Una soluzione che difficilmente troverebbe spazio in qualsiasi altro ambito dello Stato.
Se davvero il sorteggio fosse il metodo migliore per selezionare le classi dirigenti, verrebbe da chiedersi perché non venga applicato anche alla scelta dei parlamentari o dei ministri.
L'Alta Corte: un equilibrio tutto da dimostrare
La riforma introduce anche una Alta Corte disciplinare per i magistrati. Anche qui la promessa è quella di rafforzare l'imparzialità del sistema. Ma la struttura prevista solleva più di una perplessità.
Il sistema di nomine non offre garanzie solide sull'equilibrio tra le diverse componenti e lascia aperti interrogativi importanti sul rapporto tra politica e magistratura. Il rischio, segnalato da molti costituzionalisti, è che si finisca per creare un nuovo organismo il cui equilibrio dipende più dagli assetti politici del momento che da reali garanzie istituzionali.
L'autonomia dei giudici non è garantita
Il problema più serio riguarda però l'indipendenza della magistratura. La Costituzione repubblicana, nata dalle macerie del fascismo, ha stabilito un principio chiarissimo: la magistratura deve essere autonoma e indipendente da ogni altro potere dello Stato.
La riforma in discussione modifica profondamente l'architettura di questo equilibrio senza fornire garanzie equivalenti. Anzi, frammenta il sistema e introduce nuovi organi il cui funzionamento concreto resta pieno di incognite.
Il rischio è che, invece di rafforzare l'autonomia della magistratura, si finisca per indebolirla.
La Costituzione non è un manifesto elettorale
C'è poi un'ultima questione, forse la più politica. Questa riforma viene presentata come una grande battaglia ideologica. Ma la Costituzione non dovrebbe mai diventare un manifesto elettorale.
Quando si tocca l'equilibrio tra i poteri dello Stato, il dovere della politica è cercare il consenso più ampio possibile. Non imporre la propria visione a colpi di maggioranza.
La storia costituzionale italiana lo dimostra: ogni riforma scritta contro una parte del Paese finisce inevitabilmente per dividere e per essere contestata.
Perché votare NO
Il referendum offrirà ai cittadini la possibilità di fermare questa operazione. Non si tratta di difendere lo status quo né di negare che la giustizia italiana abbia bisogno di riforme. Ma una cattiva riforma costituzionale è peggiore dell'assenza di riforma.
Si può e si deve migliorare il sistema giudiziario. Ma lo si deve fare con riforme serie, condivise e rispettose dello spirito della Costituzione.
Per questo il NO non è un voto conservatore. È, al contrario, un voto a difesa della Costituzione e del metodo democratico con cui dovrebbe essere cambiata.