Infanzia in crisi: per aiutare i minori servono famiglie più forti, non solo meno schermi
La salute mentale dei bambini e degli adolescenti è a rischio, e non basta spegnere gli schermi per proteggerla. È questo il messaggio chiaro e diretto lanciato da Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, nel corso di un’audizione alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza. L’occasione è stata l’indagine conoscitiva sulla fragilità emotiva e psicologica dei più giovani, un tema sempre più urgente.
Terragni ha messo sul tavolo tre nodi centrali: l’esposizione eccessiva ai dispositivi digitali, l’indebolimento del tessuto familiare e l’aumento allarmante delle diagnosi neuropsichiatriche. Questi elementi – spesso interconnessi – concorrono a produrre e aggravare i disagi psichici che colpiscono sempre più precocemente bambini e adolescenti.
La stanchezza digitale dei ragazzi
Partiamo dal digitale. Terragni ha evidenziato come siano gli stessi ragazzi a segnalare un malessere crescente: si sentono sopraffatti dalla connessione costante, esausti da un mondo in cui tutto passa attraverso uno schermo. Non è raro, ha detto, che chiedano esplicitamente “spazi di disconnessione”, luoghi fisici dove liberarsi dalla pressione del digitale, senza essere sorvegliati o giudicati.
A questa richiesta l’Autorità garante ha scelto di rispondere concretamente: nei prossimi mesi verrà pubblicato un bando destinato ai comuni per sostenere la creazione di spazi liberi di aggregazione, lontani dai dispositivi digitali e senza il controllo costante degli adulti. Una proposta che segna un’inversione di tendenza: invece di moltiplicare le soluzioni tecnologiche, si punta a creare ambienti reali dove i giovani possano respirare.
Famiglie fragili, radici deboli
Ma l’allarme più forte riguarda la famiglia. Terragni è netta: “Non basta lavorare sul digitale, bisogna intervenire sulle famiglie”, sempre più fragili e isolate. Le cause? Tante e concatenate: nuclei familiari sempre più piccoli, l’assenza della rete della famiglia estesa, la dissoluzione della dimensione comunitaria, la solitudine e spesso anche la precarietà economica e sociale.
In questo scenario, molte famiglie abdicano al proprio ruolo educativo, delegando ad altri – spesso alla scuola o alla sanità – la gestione di difficoltà che sarebbero in realtà parte normale del percorso di crescita.
Diagnosi facili e neurodivergenze: il rischio etichetta
Terragni ha acceso un faro anche sul ricorso troppo disinvolto alle neurodiagnosi. Fenomeno in crescita che rischia di trasformare difficoltà transitorie – come momenti di crisi, fasi di cambiamento, normali smarrimenti adolescenziali – in diagnosi permanenti.
“Etichettare un bambino come neurodiverso troppo presto – ha avvertito – significa spesso condannarlo a un destino segnato, a una narrazione di sé che lo limiterà più del disagio stesso”. Invece, secondo la Garante, bisognerebbe investire su progetti educativi personalizzati, che puntino alla prevenzione vera, fondata sulla relazione e sul supporto.
Per sottolineare l’importanza del tema, l’Autorità garante dedicherà la prossima Giornata mondiale dell’infanzia proprio alla famiglia e al tema delle neurodivergenze, in una visione integrata che restituisca dignità e responsabilità al nucleo familiare.
Disforia di genere e salute mentale
Infine, Terragni ha affrontato anche la delicata questione della disforia di genere nei minori. Sebbene non sia più classificata tra i disturbi mentali dal 2018, resta comunque riconosciuta come un disturbo della salute sessuale che richiede diagnosi e presa in carico. Ciò che preoccupa – ha evidenziato – è l’alta incidenza di disturbi psichiatrici concomitanti, come autismo, autolesionismo e disturbi del comportamento alimentare, che devono essere affrontati con serietà e cautela, evitando semplificazioni ideologiche o scorciatoie terapeutiche.
Parlare di salute mentale dei giovani senza mettere al centro la famiglia è un errore strategico. Lo squilibrio digitale, le diagnosi eccessive e il disagio identitario sono sintomi di un contesto più ampio che va ricostruito dalle fondamenta. A partire da un’alleanza vera tra istituzioni, scuola, sanità e famiglie. Perché se i bambini stanno male, è il mondo adulto a dover cambiare.