Alla fine, quando l’ansia da urne sale e i sondaggi smettono di rassicurare, anche il governo di Giorgia Meloni riscopre i grandi classici della politica italiana. E così, alla vigilia delle elezioni amministrative che coinvolgono 894 comuni e oltre 6 milioni e mezzo di cittadini, ecco partire il tour dei ministri tra città, province e piazze con l’immancabile repertorio da campagna elettorale: fondi in arrivo, stazioni da rifare, strade da completare, infrastrutture da sbloccare, assunzioni promesse e cantieri evocati come apparizioni mariane.

Il copione è noto, quasi rassicurante nella sua ripetitività. Cambiano i governi, cambiano gli slogan, ma il metodo resta sempre lo stesso: quando il voto si avvicina, il territorio si trasforma improvvisamente nel centro del mondo. Venezia, ad esempio, ha visto arrivare ben sei ministri in una sola settimana. A Reggio Calabria, invece, si sono alternati quattro ministri in un mese, accompagnati dalla responsabile della segreteria politica di Fratelli d’Italia, Arianna Meloni, e dal responsabile organizzazione Giovanni Donzelli. Salvini ha addirittura moltiplicato i voli all'aeroporto di Reggio Calabria (da 2 a 15!) prima di andare a fare una "ribotta" a Cascina, comune del pisano che ha lanciato (ahinoi) Susanna Ceccardi. Più che una campagna amministrativa, una sorta di tournée istituzionale con retrogusto elettorale.

Il messaggio è chiaro: il governo sente che questa tornata non è affatto marginale. Dopo la sconfitta al referendum costituzionale, le amministrative diventano un test politico nazionale, un indicatore dell’umore reale del paese. E quando il clima si fa meno favorevole, si torna inevitabilmente al vecchio arsenale del berlusconismo più classico. Non a caso, nelle ultime ore è ricomparsa persino la promessa simbolo degli ultimi trent’anni di propaganda italiana: il milione di posti di lavoro.

Solo che stavolta, non potendo realisticamente evocare una rivoluzione industriale o un boom economico, il governo ha scelto una strada diversa: assumere nello Stato. A lanciare il messaggio è stato il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo dal Festival dell’Economia di Trento. «Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200mila e le 250mila persone», ha spiegato, con l’obiettivo di arrivare «a un milione nei prossimi 6 o 7 anni». Una cifra enorme, presentata come “sforzo di reclutamento significativo”, che però inevitabilmente richiama alla memoria le promesse iperboliche della Seconda Repubblica.

Ed è qui che l’ironia diventa quasi inevitabile. Per anni la destra italiana ha attaccato il “posto fisso”, la burocrazia, il pubblico impiego percepito come zavorra. Oggi, invece, il grande annuncio pre-elettorale riguarda proprio l’espansione della macchina statale. Altro che rivoluzione liberale: la speranza di consenso passa attraverso concorsi, stabilizzazioni e nuove assunzioni nella pubblica amministrazione. Una conversione pragmatica, verrebbe da dire, figlia di un’economia che cresce poco, di salari fermi e di un settore privato che non sembra affatto pronto a creare centinaia di migliaia di nuovi posti.

Il governo sa bene che il voto di oggi e domani avrà inevitabilmente una lettura politica nazionale. Nonostante si tratti di amministrative, il risultato verrà interpretato come un referendum sulla tenuta della maggioranza e sulla capacità dell’opposizione di costruire un’alternativa credibile. Per questo ogni città simbolo assume un peso enorme.

Venezia, ad esempio, potrebbe segnare la fine del lungo ciclo politico di Luigi Brugnaro, con il centrosinistra che punta sul democratico Andrea Martella per riconquistare la città lagunare. A Reggio Calabria, invece, il centrodestra spera di strappare il comune al centrosinistra dopo dodici anni di amministrazione Falcomatà, schierando Francesco Cannizzaro, coordinatore regionale di Forza Italia, sostenuto anche da Azione di Carlo Calenda. Un’alleanza che racconta bene quanto, sul territorio, le geometrie politiche diventino improvvisamente elastiche.

Le divisioni, però, attraversano entrambi gli schieramenti. A Salerno Vincenzo De Luca torna candidato sindaco senza il simbolo del Pd, accompagnato da sette liste civiche, mentre progressisti e Movimento 5 Stelle sostengono un altro candidato. A Mantova i pentastellati corrono contro il centrosinistra ufficiale. Nel centrodestra, invece, si litiga apertamente a Vigevano, Chieti, Agrigento e Avellino, con Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia incapaci in molti casi di trovare candidati comuni.

Particolarmente significativo il caso di Avellino, dove la Lega sostiene Gianluca Festa, ex sindaco dimessosi dopo essere finito sotto indagine, mentre Fratelli d’Italia e Forza Italia appoggiano l’ex sindaca Laura Nargi. Un esempio perfetto della grande elasticità morale della politica italiana: le inchieste giudiziarie valgono come arma contro gli avversari, ma diventano improvvisamente dettagli trascurabili quando servono voti.

In totale, nei 118 comuni sopra i 15 mila abitanti, il centrosinistra governa attualmente 47 amministrazioni, il centrodestra 41, mentre il resto è distribuito tra civici, Cinque Stelle e amministrazioni trasversali. Numeri che spiegano bene perché il governo stia vivendo queste elezioni con evidente nervosismo.

Del resto, dietro la retorica della stabilità e del consenso consolidato, emerge una maggioranza che sente il bisogno di presidiare ogni territorio, moltiplicare le visite ministeriali e riempire le ultime ore di campagna elettorale con annunci e promesse. Una dinamica che ricorda da vicino la vecchia politica italiana: quella dei nastri tagliati a ridosso del voto, delle opere improvvisamente accelerate e delle assunzioni annunciate come premio futuro.

La differenza è che oggi tutto questo avviene mentre il governo continua a raccontarsi come forza “nuova”, pragmatica e alternativa ai vecchi riti della Prima e della Seconda Repubblica. Ma poi basta un appuntamento elettorale complicato, qualche sondaggio meno brillante e il timore di perdere città simbolo perché ricompaiano i fantasmi più tradizionali della politica italiana: il tour dei ministri, la propaganda infrastrutturale e il sempreverde sogno del milione di posti di lavoro.